L’ incantesimo di Circe – Giordano Bruno (2005). Roma: Di Renzo Editore, 77 p. ; 22 cm.

“Lo si faccia pure per la memoria, pure il giudizio ne trarrà grande beneficio…”. Le aule di tribunali non c’entrano, anche se il giudizio, cioè la valutazione, accompagna questa attività mnemonica. La memoria viene strutturata in maniera da contenere implicito un giudizio sui dati di cui è formata. È una memoria di natura particolare, perché non si limita a fissare ciò che s’intende richiamare in seguito alla mente, bensì è organo vivente di un corpo animato, è parte integrante di un’Arte di Pensare talmente sofisticata da fornire a chi la pratichi una forma di intelligenza superiore, che un tempo veniva chiamata intelletto. Bruno la definisce Intelligenza Artificiale perché prodotta dall’uomo, a differenza dell’intelletto naturale, privilegio che la natura concede di rado e solo a pochi fortunati. “Certamente se ti ci applicherai otterrai la specie di arte più eccelsa per inventare le arti, dare loro ordine e ritenerle per sempre”, questo è l’augurio di Giordano Bruno al lettore.

Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), è stato un filosofo, scrittore e frate domenicano italiano. Il suo pensiero, inquadrabile nel naturalismo rinascimentale, fondeva le più diverse tradizioni filosofiche — materialismo antico, averroismo, copernicanesimo, lullismo, scotismo, neoplatonismo, ermetismo, mnemotecnica, influssi ebraici e cabalistici — ma ruotava intorno a un’unica idea: l’infinito, inteso come l’universo infinito, effetto di un Dio infinito, fatto di infiniti mondi, da amare infinitamente.

Disponibile in VERSIONE CARTACEA.

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