La magia a Roma – Ubaldo Lugli (1989). Genova: EICG, 203 p. ; 21 cm.

Scorciatoia per il successo cui, in una società sempre più alienante e competitiva, tutti sono tentati di ricorrere, dal politico ambizioso alla matrona innamorata, la magia risulta tuttavia per la sensibilità religiosa romana intrinsecamente riprovevole. Al di là dell’irrazionalità ed immortalità dei suoi fini e dei suoi metodi, essa si configura infatti come una palese trasgressione delle leggi della natura, una “mostruosa” eversione dell’ordine cosmico davanti alla quale il Quirite non può reprimere un fremito di horror.
Il contatto con l’oriente trasforma in profondità la nozione di magia ed in età basso-imperiale, mentre negromanti e fattucchiere assumono tratti inequivocabilmente stregonici, prende corpo la figura del teurgo, il “divino” operatore al quale, di fronte alla marea montante del cristianesimo, l’aristocrazia intellettuale pagana affiderà il compito di rinnovare i valori religiosi della tradizione.

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