Il solstizio d’inverno nella tradizione avaloniana di Hasan Andrea Abou Saida Il solstizio invernale, celebrato tradizionalmente il 21 dicembre, è Read more
Oltre alla leggenda e al mito, le fonti storiche riguardo ad una reale esistenza di Avalon sono scarse. D’altro canto, non sono mai stati trovati reperti o manufatti in riferimento, o appartenenti, al popolo di Avalon o all’isola stessa, almeno per quanto ne sappiamo. Ma procediamo con ordine. Per sapere che cos’è davvero Avalon bisogna partire dal significato del suo nome. Il nome “Avalon” ha origine etimologicamente dalle lingue antiche Corniche e Bretoni. In gallese moderno l’isola viene chiamata “Ynys Afallon” oppure “Ynys Afallach” che significa, letteralmente, “isola delle mele”, ma la parola “ynys” può essere tradotta anche con “reame” oppure “regno”. Invece il termine “Afall” cioè “mela” con l’aggiunta della desinenza plurale “ach” indica “il frutteto” o anche “gli alberi di mele”. Nella antica lingua bretone la parola “mela” era “aval” o “avalou” al plurale. La parola inglese per mela, “apple”, deriva dall’antico inglese “æppel”, che deriva dal termine proto-germanico *ap(a)laz, che proviene a sua volta dalla parola-radice indoeuropea *ab(e)l, *h₂ébl̥, *h₂ebōl, col significato di mela, albero di mele, o un frutto in generale. Le parole derivanti da questa radice indoeuropea si trovano nelle lingue celtiche, germaniche, baltiche, slave e italiche. Si nota subito come questo frutto, la mela, rappresenti un elemento arcaico comune alle genti indoeuropee e di fondamentale importanza per capire l’anima di Avalon. La mela, fin dai tempi più remoti dell’umanità, è un simbolo universale ricco di significati: rappresenta la conoscenza, la bellezza, l’armonia divina e anche l’immortalità 1. Nelle antiche mitologie indoeuropee, il melo era associato alla Grande Dea, che veniva chiamata nelle diverse culture in molti modi quali Dea Bianca, Anu, Dana, la Grande Madre, etc. Da questo albero sacro, i Celti producevano l’idromele, “la bevanda degli Dei”, che usavano durante le feste rituali nel corso dell’anno, soprattutto durante il sabba di Samhain, il Capodanno celtico che si svolgeva tra il 31 ottobre e il 1 novembre. Sempre secondo l’autore Riccardo Taraglio 2, nella fonte da lui citata nel suo libro e chiamata “Udienza dei Dotti”, viene riportato che il melo era il rifugio della Cerva Bianca o Cerva Selvatica, una delle manifestazioni animali delle Dea e rappresentante il principio femminile. La Grande Dea era adorata anche nel suo triplice aspetto, la Triplice Dea, come ad esempio nelle culture indoeuropee lo erano le greche Moise, le romane Grazie e le Parche, le nordiche Norne e i tre aspetti della dea indù Mahadevi. In particolare, le personificazioni più note della Grande Dea Trina nel pantheon irlandese sono: la triplice dea Morrigan, associata al fato, alla morte e alla guerra, composta dalla vergine Ana, dea della fertilità, dalla madre Babd, colei che perpetuamente produce vita tramite il bollore di un calderone, e la dea del tempo Macha l’anziana, la grande dea dei fantasmi o Madre della morte, e la triplice dea Brigid, figlia di Morrigan e di Dadga, dea associata alla luce e all’energia solare. Gli aspetti di Brigid sono connessi all’energia del fuoco che governa le sue tre funzioni come patrona della poesia, patrona della guarigione e della fertilità e patrona dei fabbri e delle arti marziali. Il folclorista Robert Graves descrive questi tre aspetti caratteristici della Dea Bianca 3: la Giovane, La Madre e la Vecchia, i quali rispecchiano il ciclo della vita (nascita, vita, morte) e le fasi della Luna (nuova, piena e calante).
La Triplice Dea
Tornando alla mela e ai suoi significati, si può notare come nei viaggi iniziatici verso l’Altromondo celtico vi sia sempre la presenza del frutto del melo. In una leggenda irlandese ad esempio si narra di quando il poeta guerriero Oisin, figlio di Fionn Mac Cumhaill, vide una splendida fanciulla di nome Niamh che teneva in mano una mela d’oro, mentre montava un cavallo nero, offrendo all’eroe la conoscenza e l’immortalità 4. Un ramo di melo argenteo con fiori bianchi dell’isola di Emain Ablach, detta anche “Emain delle Mele”, è il talismano che la Dea Bianca offre a Bran al suo ingresso nella Terra di Giovinezza e una mela gettata è il dono che fa una fanciulla fatata, prima di scomparire nell’Altromondo, a Condla, figlio di Conn Cetchathach 5. Nei testi irlandesi, l’Oltremondo è visto come una terra d’immortalità, dove il tempo scorre in maniera diversa, e dove gli eroi vivono per secoli senza nemmeno avvertire il trascorrere del tempo, ma quando tornano in patria, quando scendono dalla nave o da cavallo e toccano terra, si trasformano in polvere.
Le connessioni tra il femminile sacro, la mela come veicolo di conoscenza e l’Altromondo per la tradizione celtica rispecchiano totalmente gli insegnamenti di sapienza presenti ad Avalon. La mela non è solo un simbolo di conoscenza, ma anche di trasformazione e di rinascita in connessione con il femminino sacro interiore. Il percorso iniziatico di un guerriere o un cavaliere ad Avalon non è tuttavia un viaggio interiore e una sfida per il raggiungimento dell’immortalità animica, bensì anche un percorso in un luogo sacro realmente esistito.
Niamh incontra Oisin
Nella tradizione irlandese si narra di un Giardino ad Est del mondo, “Gard na-hIsbéirne” ovvero il giardino delle isole di Isbèrne, luogo in cui si compie una delle fatiche dei figli di Tuireann che dovevano appropriarsi delle mele d’oro di quel giardino. L’impresa non fu facile e Brian, il fratello maggiore, disse che la cosa migliore da fare era agire rapidi sotto forma di un veloce falco, entrare nel giardino, impossessarsi delle mele e fuggire il più presto possibile. A guardia di questo giardino trovarono le tre figlie maggiori del re di Isberne, donne di grande sapienza che si trasformarono in tre grifoni dagli artigli acuminati 6. Esattamente come negli altri miti legati ad un giardino situato in un luogo lontano e ricco di alberi di melo, vi è la presenza di un femminile guardiano e iniziatore al tempo stesso.
L’impresa dei figli di Tuireann
Possiamo pertanto dedurre che Avalon sia nominata con molti altri nomi nella mitologia indoeuropea, ma tutti questi luoghi fanno riferimento ad un unico posto, un’isola di infinita saggezza nella quale solo i meritevoli e puri di cuore possono accedere, dopo aver varcato le sue nebbie, ai Misteri. Ma si tratta unicamente di un’allegoria, di una dimensione interiore o quest’isola è realmente esistita? Occorre fare un salto indietro e ripercorrere le origini storiche del mito avaloniano per trovare ulteriori risposte.
Il primo autore che fa riferimento per la prima volta ad Avalon nei suoi scritti è Goffredo di Monmouth, uno storico, scrittore e monaco benedettino gallese vissuto nel XII secolo. Goffredo cita questa magica terra in due sue opere in latino: la prima opera, redatta nel 1136 dal titolo “Historia Regum Britanniae” (Storia dei re della Britannia), è una cronaca medievale di gran successo che ripercorre la storia dei re britanni lungo un periodo di 2000 anni, partendo dallo sbarco di Bruto, nipote di Enea, in Britannia nel 1240 a.C., fino al 597 d.C. con l’imbarbarimento dell’isola da parte dei Sassoni e dei re tiranni.
In questo scritto, Re Artù, per riprendersi dalle ferite dopo aver combattuto con Mordred, si reca in un luogo chiamato “Insula Avallonis”, ovvero Isola di Avalon. Secondo le tradizioni celtiche, Re Artù non morì veramente ad Avalon, ma un giorno tornerà a guidare il suo popolo contro i suoi nemici 7. Inoltre, il monaco benedettino ci dice che Avalon è il luogo dove è stata forgiata la leggendaria spada Excalibur.
Nella sua opera successiva, dal titolo “Vitae Merlini” (Vita di Merlino), databile attorno al 1150, Goffredo rivela maggiori dettagli su Avalon, definendola “Insula Pomorum”, “l’Isola delle mele”, e aggiunge:
“L’Isola dei Pomi è chiamata anche Isola Fortunata perché produce ogni bene da sé. Non ha bisogno che i campi siano arati dai contadini: non conosce alcun tipo di coltivazione, se non l’opera spontanea della natura. Offre perciò messi abbondanti, uva e frutti nati dai germogli che spuntano nei boschi, Il suolo genera tutto, e per di più con la facilità in cui cresce l’erba. Si vive un secolo e oltre, laggiù. In quel luogo nove sorelle governano felicemente coloro che le raggiungono dalle nostre terre. La maggior parte si perfeziona nelle arti mediche e spicca tra le altre per la rara bellezza: si chiama Morgana e ha studiato le proprietà delle singole erbe per curare i malati. Le è anche nota l’arte di trasformarsi e di solcare il cielo, come Dedalo, facendosi spuntare le ali. Quando vuole, è a Brest, a Chartres oppure a Pavia, o discende dal cielo sulle nostre regioni. Dicono che abbia insegnato l’astrologia alle sorelle: Morone, Mazoe, Gilitena, Glitone, Tirone, Titena e Titone, famosissima suonatrice di cetra.Su quest’isola abbiamo trasportato Re Artù, gravemente ferito dopo la battaglia di Camblan, guidati da Barindo, profondo conoscitore del mare e delle stelle. Con lui al timone della nave, approdammo all’isola insieme al re e Morgana ci accolse con gli onori dovuti. 8”
Re Artù portato nella Terra dell’Incanto – William Bell Scott (1811-1890)
Goffredo con questo passo conferma che le Isole Fortunate o semplicemente Isola Fortunata, coincidono con l’Isola di Avalon. Oltretutto descrive nove sorelle guaritrici guidate dalla gran sacerdotessa Morgana 9, esattamente come le nove sacerdotesse descritte dal geografo e scrittore Pomponio Mela, capaci di tramutarsi in animali, guarire ferite insanabili, muovere i venti e il mare, predire il futuro ai naviganti. Leggiamo nello specifico dallo scritto del geografo greco:
“Sena, nel mare britannico, di fronte al litorale, presso gli Osismii, è degna di nota per l’oracolo della divinità gallica le cui sacerdotesse, si dice, sono nove vergini perpetue.Esse sono chiamate Gallisenae; pretendono di calmare, con i loro canti e con i loro singolari artifici, i mari in tempesta e i venti e di trasformarsi in qualsivoglia animale. Sanno guarire quello che altri non riescono a guarire e sanno predire il futuro. 10”
Questo mito paradisiaco trova le sue fonti e la sua similitudine negli antichi scritti nordici, i quali descrivono luoghi idilliaci come l’isola irlandese Tìr Na nÓg 11, detta la Terra delle Giovinezza, Tir na mBan 12, la Terra delle Donne, Tir na mBeo 13, la Terra dei Viventi, la terra Annwfn 14, l’oltretomba nella mitologia gallese. Più affine ancora appare Emain Ablach 15, la Terra dei Meli gallese, su cui regna secondo il poema medioevale “Baile Suthain Sith Eamhna”, il dio Lug Lamfada.
L’esistenza reale di questa antica Isola di saggezza e conoscenza si potrebbe ricercare in un territorio ormai scomparso, la patria originale degli indoeuropei presente nel Mare del Nord chiamata Doggerland. Attorno al 12.000 a.C. questa porzione di continente europeo collegava la Gran Bretagna alla Germania e alla Scandinavia formando un unico grande paese connesso all’Europa: sia il Mare del Nord che quasi tutte le isole britanniche erano totalmente coperte dai ghiacci e il fiume Reno scorreva verso nord attraversando questa terra. Secondo le ricostruzioni paesaggistiche digitali di un gruppo di archeologi esperti dell’Università di Birmingham, attorno al 8000 a.C. il continente era ricco di colline ondulate, vallate piene di boschi, paludi e lagune, un vero e proprio Paradiso terrestre 16. L’estate e l’autunno dovevano essere periodi di abbondanza di animali selvatici da cacciare, di pesci nel mare e di frutti selvatici come bacche e nocciole. Ma all’incirca 8200 anni fa, dopo che per millenni il livello del mare era progressivamente e lentamente aumentato, l’immenso lago Agassiz riversò nel mare Tyrell un enorme afflusso di acqua dolce che modificò il percorso delle correnti oceaniche, in special modo della corrente del Golfo, determinando un crollo repentino delle temperature. Iniziarono a formarsi venti glaciali che colpirono l’emisfero settentrionale, incluso il continente Doggerland, ormai in gran parte sommerso. Ma a provocare il totale inabissamento del paese fu il cosiddetto “Tsunami di Storegga”, un’onda gigantesca causata da tre eventi franosi di una massa di ghiaccio imponente sulle coste della Norvegia (Storegga Slide), che investì le coste dell’Europa Settentrionale, inghiottendo nel Mare del Nord l’ultimo pezzo d’isola di Doggerland, attorno al 6100 a.C.
L’Europa centro-occidentale alla fine dell’ultimo periodo glaciale e il continente Doggerland
La civiltà di Doggerland, a causa dell’innalzamento del livello del mare e degli eventi catastrofici posteriori, fu costretta a migrare verso sud e verso est, in climi più temperati ricchi di vegetazione e fauna, scontrandosi e combattendo con gli altri popoli autoctoni della Vecchia Europa, cercando una nuova patria, portando con loro il ricordo della patria perduta nei loro miti e leggende, una terra molto fertile e ricca di vegetazione e fauna sprofondata nel Mare del Nord, e che oggi conosciamo dalle leggende con il nome di Avalon.
1 Si fa riferimento in particolare al melo selvatico, più presente nelle Isole Britanniche rispetto al melo tradizionale.
2 Riccardo Taraglio è un esperto della cultura celtica e direttore di «Celtica», il festival dedicato ai Celti, ed autore del libro “Il vischio e la quercia”, il più completo e approfondito saggio in Italia sulla tradizione e spiritualità celtica. Taraglio, R. (2005). Il vischio e la quercia : la spiritualità celtica nell’Europa druidica (Nuova). Torino: L’età dell’acquario.
3 Graves propone nel suo saggio “La Dea Bianca” l’idea dell’esistenza, in tempi antichissimi e arcaici, di un’unica divinità europea, appunto la cosiddetta “Dea Bianca”, signora e padrona dell’amore, della morte, connessa alle fasi lunari e molto simile alla Dea Madre del matriarcato. Graves, R. (2009). La dea bianca : grammatica storica del mito poetico (Seconda). Milano: Gli Adelphi.
4 Cataldi, M. (1985). Antiche storie e fiabe irlandesi. Milano: Einaudi.
5 Taraglio, R. (2005). Il vischio e la quercia : la spiritualità celtica nell’Europa druidica (Nuova). Torino: L’età dell’acquario, pag. 309.
6 Questa impresa è una delle fatiche richieste dal dio Lug per recuperare degli oggetti magici potenti come prezzo della riparazione per l’omicidio di Cían mac Dían Cécht, figlio di Dían Cécht, ucciso per mano di Brian mac Tuirenn e dai suoi due fratelli. Analogicamente le fatiche dei figli di Tuirell assomigliano alle fatiche del semi dio greco Eracle. Lo stesso Eracle si assoggetta alle dodici fatiche per espiare un delitto commesso e viaggia in luoghi remoti, cercando oggetti meravigliosi e animali dalle strane virtù, alla ricerca dell’immortalità, esattamente come i figli di Tuirell. Il Destino dei figli di Tuirell, Le mele d’oro del Giardino di Isbérne, https://bifrost.it/CELTI/6.TuathaDeDanann/09-DestinodeiFiglidiTuirell.html (ultima visita 21/05/2020).
7 Per il Gallesi, l’isola di Ynys Affallach, meglio conosciuta come Avalon, è il luogo dove si recavano le anime dopo la morte, lo stesso luogo dove si rifugiò Artù ferito.
8 Geoffrey di Monmouth (1993). La follia del mago Merlino; a cura di Alberto Magnani. Palermo: Sallerio Editore, pagg. 84-85.
9 Nel ciclo arturiano Morgana è una potente maga e sorellastra di Re Artù, figlia di Igraine e del duca Gorlois di Cornovaglia. Chiamata con molti nomi quali Morgen, Morghe, Morge, Morgue, Morgain, Morgan è associabile simbolicamente alla dea irlandese Morrigan, la “Grande Regina” (Mor-: grande / Rigain-: regina), che ha la capacità di trasfigurare la propria forma in qualsiasi animale apparendo spesso nelle sembianze di uccello, di un corvo, di una cornacchia, di un serpente o talvolta di una lupa. Altri studiosi, invece, associano Morgana alla dea gallese Modron, l’equivalente della dea gallica Matrona. In contrapposizione ad Artù che rappresenta la vita, Morgana è la dea del fato e della morte.
10 Pomponio Mela (1855). Geografia. Libri tre tradotti e illustrati da Giovanni Francesco Muratori. Torino: Della Stamperia Reale, pag. 161.
11 È l’altromondo per la mitologia irlandese, dove i Túatha Dé Danann si stanziarono quando lasciarono la superficie dell’Irlanda e fu visitata da alcuni dei più grandi eroi irlandesi.
12 Isola popolata solo da donne bellissime e che fu metà di alcuni eroi come Máel Dúin in “Imram Curaig Maíle Dúin” (Viaggio di Máel Dúin). Le donne sull’isola offrono una compagna per ogni visitatore maschio e servono solo la migliore cucina con la musica più incantevole. L’eroe Bran mac Febail fu convocato dalla regina di Tir na mBan e rimase sull’isola per molti anni, pensando che fosse passato un solo anno.
13 La terra dei vivi, è un luogo di vita eterna, una delle tante terre lontane.
14 È l’oltretomba nella mitologia gallese, governato da Arawn, dio della caccia e dei cicli stagionali. L’Annwn è descritto come un luogo geografico collocato ad Occidente e quasi irraggiungibile, una terra di delizie ed eterna giovinezza dove le malattie sono assenti e il cibo sempre abbondante. L’Annwn, tuttavia, può essere visitato anche dai viventi se in grado di trovarne la porta che sarebbe nascosta presso le foci del fiume Severn.
15 È il mitico paradiso insulare della mitologia irlandese, il regno del dio del mare Manannan mac Lir e identificato con l’Isola di Man o l’Isola di Arran.
16 Gaffney, Vince & Thomson, Kenneth & Fitch, Simon. (2007). Mapping Doggerland: The Mesolithic Landscapes of the Southern North Sea.
L’equinozio di primavera nella tradizione avaloniana
di Hasan Andrea Abou Saida
Il 21 Marzo di ogni ciclo annuale ricorre la celebrazione dell’equinozio di primavera, una porta che apre ufficialmente la stagione del risveglio delle forze della Natura. Secondo la tradizione celtica, l’equinozio di primavera rappresenta l’inizio della metà chiara dell’anno e l’inizio della primavera, ed è chiamato Oestara o anche, negli ultimi tempi, Alban Eiler, ovvero “Luce della Terra”. Anticamente, il periodo primaverile era chiamato Giamonios, il tempo dei germogli, col significato di “Fine dell’Inverno”. Assieme all’equinozio d’autunno, il 21 Marzo è un momento in cui il giorno e la notte, maschile e femminile, sono in perfetto equilibrio. L’equinozio di primavera celebra il ritorno alla Vita, in cui la Natura reca un messaggio di rinnovamento e di risveglio, dopo le lunghe notti invernali. La stagione primaverile è caratterizzata da espansione, creatività e rinnovamento. L’equinozio di primavera dunque segna un momento di unione simbolica tra il maschile e il femminile. Alban Eiler è il momento della rinascita della Natura, in cui la Vita sboccia in tutte le sue forme, ed è proprio questo il momento giusto in cui è possibile realizzare tutti quei sogni e progetti che sono nati nel periodo invernale.
Glastonbury Tor
Ad Avalon, le sacerdotesse che presiedono questo periodo sono le Seligen, una delle cinque famiglie del Clan delle sacerdotesse presenti sull’Isola Sacra. Le Seligen, nei loro attributi e personalità, rispecchiano l’energia primaverile: il colore dei capelli che le caratterizza è il verde, indossano una tunica bianca e attorno a una delle caviglie portano dei campanelli legati con dei rami, uno strumento che utilizzano durante i loro riti. Il loro elemento naturale è la Terra e l’ animale totem che le rappresenta è la Cerva Bianca, simbolo del rinnovamento continuo della vita. Le Seligen, inoltre, ricercano la bellezza nella Natura, in tutte le Arti e dentro se stesse. Il loro carattere è dolce, spensierato e altruista. Sono molto empatiche e amano stare a contatto con la natura e con gli animali, aiutando le persone a ritrovare la gioia e la speranza in se stesse. Il loro scopo principale è il risveglio, sia della coscienza che delle ideologie, doti o virtù nascoste in tutti coloro che le ricercano. Nel giorno dell’equinozio di primavera, le sacerdotesse Seligen si riuniscono all’alba nel bosco per celebrare la festa primaverile. Le sacerdotesse Seligen vengono divise in due gruppi, secondo la loro propensione e vicinanza spirituale al regno animale o vegetale. Attraverso l’uso dei campanellini legati alle caviglie, un gruppo andrà a risvegliare tutta la fauna mentre l’altro gruppo si occuperà di risvegliare la flora. Questi interventi hanno obiettivi e tempi precisi: per il regno animale scelgono il momento giusto per il risveglio dal letargo, mentre per il regno vegetale selezionano il momento in cui la temperatura è abbastanza alta, affinché la linfa possa fluire liberamente nella pianta e quindi bagnarla completamente di Vita. Durante la festa, che dura poche ore, le Seligen danzano e cantano usando i campanellini, che vengono legati, oltre che alle caviglie, alla vita o in modo spiraliforme intorno ad un bastone. Attraverso questo sacro rito, le Seligen portano armonia, equilibrio e rinascita sull’Isola di Avalon.
Il personaggio di Peter Pan è stato reso famoso e popolare sia tra i grandi che tra i bambini grazie ai notissimi film d’animazione prodotti dalla Walt Disney a partire dal 1953 con “Le avventure di Peter Pan”. Ma le origini della storia dell’”eterno bambino” derivano dall’immaginario dello scrittore e drammaturgo britannico James Matthew Barrie, narrata con successo nelle opere letterarie e spettacoli teatrali. L’esordio di Peter Pan avvenne nel lontano 1902 nel romanzo di età vittoriana intitolato “The Little White Bird” (“L’Uccellino Bianco”): nei capitoli dal titolo “Peter Pan nei Giardini di Kensington”, Peter Pan è descritto come un bambino di appena sette giorni di vita che decide di volare via dalla finestra della sua cameretta per sfuggire alla condizione umana e tornare ai Giardini di Kensington a Londra. Il “bambino che non voleva crescere” fa amicizia con gli animali e con le creature del Piccolo Popolo, in particolar modo le Fate, che popolano i giardini nelle ore di chiusura al pubblico. Peter Pan nel corso del racconto dimentica la sua natura umana con la speranza di poter tornare ad essere un uccello, ma non può. Nel mito di Barrie, tutti i bambini sono spiriti di uccelli reincarnati provenienti dai Giardini di Kensington detta “Isola degli Uccelli” (chiamata in seguito Neverland), che dimenticano lentamente la loro natura precedente man mano che crescono fino all’età adulta 1.
Statua di Peter Pan nei Giardini di Kensington a Londra
L’anima umana fin dal Paleolitico è stata sempre rappresentata dagli uomini antichi in forma di uccello, capace di distaccarsi dal mondo materiale e volare libera nei regni spirituali. Per gli antichi egizi, l’anima del defunto, definita “Ba”, assumeva forma di uccello con testa umana e ritornava a riposare sui rami del sacro Sicomoro, simbolo del ciclo reincarnativo animico, situato sul Lago Turchese 2.
L’Albero della Vita (sicomoro) per gli egizi
Nelle credenze celtiche, l’Altromondo è chiamato Avalon, un’isola sacra ricca di alberi di melo selvatico, simbolo di immortalità, dove hanno dimora le sacerdotesse della Dea Madre e il Sidhe ovvero “il Piccolo popolo” 3.
Cavalieri del Sidhe di John Duncan (1911)
Peter Pan dunque, non ancora adulto, ricorda di essere stato un uccello, trasformandosi in “uno strano esserino metà umano e metà uccello”. Sotto la guida del saggio dell’isola Serpentina, il corvo Salomone, Peter Pan impara a volare, a suonare il flauto e a vivere felice. Nel mondo celtico, il corvo è un animale psicopompo, un messaggero tra il mondo materiale e spirituale che accompagna e protegge le anime nell’Altromondo, come il ruolo svolto dal corvo Salomone nei Giardini di Kensington 4.
Peter Pan e Salomone nei Giardini di Kensington – Arthur Rackham
La genesi dell’eterno “ragazzo perduto” ha la sua origine in un evento traumatico della vita dell’autore J. M. Barrie: all’età di sei anni, il fratello maggiore David muore per un incidente di pattinaggio sul ghiaccio il giorno prima del suo quattordicesimo compleanno. Il trauma devastò in maniera significativa la madre, la quale condivideva un rapporto molto profondo e stretto con il figlio David, portandola a chiudersi in se stessa. James per aiutarla a superare il trauma, decise di assumere l’identità del fratello David, indossando i suoi vestiti e arrivando persino a fischiettare nel modo in cui faceva lui. Così facendo però, James perse per sempre la sua vera personalità e il suo ego “morì”, portandolo a non crescere mai veramente 5. Peter Pan è una creatura dalla doppia natura che non potrà mai crescere, l’archetipo del bimbo che è stato costretto a perdersi per fare spazio ad un’altra natura (il fratello David) e a vivere in un mondo incantato alla ricerca della sua “ombra perduta”.
Peter Pan inoltre è la rappresentazione letteraria di due simbologie: “Peter” ovvero la pietra filosofale, elisir di lunga ed eterna vita, e “Pan” ovvero la figura del dio Pan, l’antica divinità ellenica della natura. Il nome Πάν deriva sia dal greco paein, cioè “pascolare” – e infatti Pan era il dio pastore, il dio della campagna, delle selve e dei pascoli – e sia da πᾶν, che significa “tutto”, ovvero lo spirito che risiede in tutte le creature naturali. Il dio Pan è raffigurato come un fauno, metà umano e metà capra, figlio del dio Hermes e della ninfa Driope. Secondo Omero, la madre Driope lo abbandonò subito dopo la nascita a causa del suo terribile aspetto. Il padre Hermes allora lo raccolse e lo portò con lui sul Monte Olimpo per far divertire gli dei, causando così l’ilarità di Dioniso 6. Pan è un dio potente dalla natura metà divina e metà selvaggia, conosciuto per le sue forti connotazioni sessuali con l’epiteto “Il Grande Fecondatore”.
Il dio Pan
Signore della natura e della fecondità sfrenata, assieme agli spiriti della natura, ai satiri e alle ninfe, suona il suo flauto in feste bucoliche generando la vita, i raccolti, le messi, ogni specie vegetale, le greggi e gli animali selvatici. Lo stesso Peter Pan fu abbandonato dalla madre, cavalca una capra, suona il flauto e “corre dietro” alle fatine, confermando gli stessi attributi simbolici del dio predecessore Pan. Il dio Pan è il Signore degli spiriti della natura, e allo stesso modo di Peter Pan governa le fate dei fiori nei Giardini di Kensington.
Copertine originali dei libri “Peter Pan in Kensington Garden” e “Peter and Wendy”
Il personaggio di Peter Pan si evolverà nel corso degli anni fino ad assumere una personalità diversa da quella descritta nel primo romanzo. Quale anno dopo la pubblicazione del “L’Uccellino Bianco”, Il 27 dicembre 1904 l’autore J.M. Barrie debutta con una commedia teatrale incentrata unicamente sulla figura di Peter Pan intitolata “Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere”. Questa storia venne poi ingrandita e trasformata in un romanzo pubblicato nel 1911 con il titolo “Peter e Wendy” poi Peter Pan e Wendy e infine semplicemente Peter Pan. La trama è ambientata nel Neverland (L’isola che non c’è) dove Peter vive grandi avventure con diversi personaggi: la famiglia Darling, il cane tata, l’ombra perduta, le sirene, i pirati, i bimbi perduti, Capitan Uncino e il Coccodrillo.
Peter Pan in Neverland – Peter e Wendy (1911)
Il nuovo Peter è un adolescente vestito di foglie secche (simile ad uno spirito verde) che vola tra le case di Londra alla ricerca dei bimbi sperduti che cadono dalle carrozzine quando le bambinaie si distraggono. Se i bimbi non vengono reclamati entro sette giorni, Peter Pan li accompagna in volo a Neverland, un’isola dionisiaca dove regna il divertimento, l’impulsività e il disordine continuo. In perenne ricerca della sua ombra, ovvero la sua anima, Peter Pan è un bambino dal carattere egoista, narcisista e apatico, che non riesce a provare alcun affetto o empatia per nessuno, tanto da arrivare a dimenticare persino il nome di chiunque gli sia mai stato accanto. Intenzionato a sfuggire dalle responsabilità della vita adulta, per Peter la vita è un grande gioco. Peter Pan dunque assume le peculiarità di un “demone” psicopompo dalla natura ermetica, incaricato di accompagnare i bambini morti verso l’aldilà o il Neverland, ricalcando la stessa natura del dio Pan, il figlio di Hermes. Nelle prime pagine del libro “Peter Pan”, l’autore racconta che “quando un bambino moriva Peter lo accompagnava per un tratto di strada perché non avesse paura” 7. Legato al suo ruolo come spirito guida, in“Peter Pan nei Giardini di Kensington” si mette a scavare le tombe per due bambini innocenti, caduti dalla carrozzina senza che nessuno se ne accorgesse, divenendo il custode del cimitero dei bambini mai reclamati.
Peter Pan sul mare – Peter e Wendy (1911)
In conclusione, Peter Pan è la rappresentazione letteraria dell’archetipo del Puer Aeternus di James Hillman, un dio bambino che rimarrà un eterno giovane sempre in conflitto con la sua duplice natura interiore, morto e rinato al pari del dio Pan e di Hermes, uno psicopompo che accompagna le anime innocenti in un regno tra le stelle della Via Lattea e raggiungibile solo al sorgere del mattino.
1 Barrie, J. M. (2020). L’uccellino bianco. Venezia: Marsilio.
2 Angelini, A. (1992). Manuale di Astrologia Egizia. Milano: Kemi, p. 37.
3 Fàél, A. (2020). Un viaggio ad Avalon. Sossano: Anguana Edizioni.
4 Taraglio, R. (2005). Il vischio e la quercia : la spiritualità celtica nell’Europa druidica (Nuova). Torino: L’età dell’acquario, pp. 349 – 350.
Il solstizio d’inverno nella tradizione avaloniana
di Hasan Andrea Abou Saida
Il solstizio invernale, celebrato tradizionalmente il 21 dicembre, è il punto più oscuro dell’anno, dove vi è il pieno trionfo della Notte. Nella tradizione celtica, il 21 dicembre ha molti nomi ed è chiamato anche Mezz’inverno, Yule o Alban Arthuan. Il termine “Alban” designa le feste di luce, mentre “Arthuan” significa “Artù”, rendendo traducibile il nome della festa con “La Luce di Artù”. Secondo il folclore, si dice che Re Artù fosse nato il giorno del solstizio d’inverno, associando il mitico Re al dio Lugh, entrambi sovrani spirituali e terreni. Per i Celti infatti, colui che nasce al Solstizio come il nuovo sole è Lugh, il quale viene rapito dopo tre giorni di vita e nascosto lontano da casa per sfuggire a suo nonno Balor, il Gigante dei demoni fomoriani. Il solstizio d’inverno inoltre è la porta di passaggio nel mezzo del periodo di Giamos, la dimora interiore d’Inverno. Giamos nella tradizione irlandese rappresenta il principio cosmico regnante nella seconda metà oscura dell’anno, ovvero l’inverno, la notte, il profondo ctonio, la morte e il cosmo nel caos. Gli scozzesi si riferivano alle profondità dell’inverno come Dúdlachd, che significa “oscurità”. Questa festa nel Calendario di Coligny è indicata come Deuoriuos Riuri che significa “La Grande Festa divina del Gelo”.
Il solstizio d’inverno a Stonehenge
Il solstizio d’inverno dunque è un profondo momento di trasformazione e rinascita interiore. Sull’Isola Sacra delle Mele, il Re di Avalon è Oscuro, è il Vecchio Sole che muore e dimora nel Mondo Sotterraneo per tre giorni, trasformandosi poi nel Sole Bambino che rinasce dal grembo della Dea: all’alba la Grande Madre Terra dà alla luce il Sole Dio. Anche se i giorni più freddi dell’inverno devono ancora venire, la rinascita del Sole è la promessa che la primavera ritornerà. La Dea dà vita al nuovo Dio, che rappresenta la rinascita della Luce dall’Oscurità, ed è il momento dell’anno in cui gli spiriti della Terra sono spinti a riposare, per prepararsi al lavoro che ci sarà nel ridare alla Terra i nuovi boccioli di vita, con la Primavera. Man mano che l’anno volge al suo termine, le ore di luce son sempre più brevi, fino al giorno del solstizio invernale, uno dei momenti di passaggio più drammatici dell’anno. La notte del 21 dicembre è la più lunga dell’anno, dove l’oscurità trionfa, ma già prepara il cammino e si trasforma in luce. Le sacerdotesse di Avalon che presiedono il periodo invernale sono le Diale, una delle cinque famiglie del Clan delle sacerdotesse presenti sull’Isola Sacra. Le Diale, nei loro attributi e personalità, sono la manifestazione dell’energia invernale: il colore dei loro capelli è l’azzurro e indossano tutte una tunica bianca lucente, candida come la neve. Il loro oggetto caratteristico, che le distingue dalle altre famiglie, è una collana di rami intrecciati con un piccolo cristallo azzurro come pendente. Tra tutte le sacerdotesse, sono le più raffinate ed estroverse, ma hanno un carattere gelido, sono impassibili alle emozioni altrui; solo con le proprie emozioni riescono a scaldare il loro animo e basta un loro sguardo per far suscitare forti emozioni. Come i fiocchi di neve, sono dotate di leggiadria, delicatezza e purezza. Alla vigilia del solstizio d’inverno, tutte le sacerdotesse Diale attendono per l’intera notte l’arrivo dell’alba, quando la Luna lascia posto al Sole, che ritorna con i suoi raggi a scaldare la Terra e a renderla feconda. All’alba le Diale formano un cerchio prendendosi per mano, chiudono gli occhi e si concentrano, e formano una nube di gelo che le avvolge, creando un cerchio impenetrabile. Le sacerdotesse delle altre famiglie formano un cerchio attorno alle Diale, restando però ferme, poiché è la famiglia delle Diale ad officiare il rito. La principessa delle Diale incomincia ad invocare l’inverno seguita dai cori delle altre Diale. In questa notte si lasciano andare le paure, i propri dubbi, le idee logore e i vecchi schemi. Si lascia andare il Passato per camminare verso la Luce futura. La principessa infine accende una candela bianca, simbolo di freddezza e purezza, ed chiede alla fiamma di ardere e di rimanere sempre accesa in ognuno dei cuori delle sacerdotesse in questo periodo invernale. Infatti, la Luce che arriva dal Sole di Yule non è più come nei mesi precedenti, bensì è debole ed aumenterà il proprio calore ogni giorno che passa.
Secondo le leggende popolari e il culto dei santi, il 13 dicembre è uno tra i giorni più importanti e sentiti dell’anno dedicato alla santa vergine Lucia. L’origine della festività però è antecedente al cristianesimo e risale a tempi remotissimi e ancestrali del nostro passato italico. La storia di Santa Lucia è stata tramandata da due fonti antiche e distinte: una è la Passio del codice greco Papadoupolos, mentre l’altra sono gli scritti in latino detti Atti dei Martiri, una versione romanzata e ricca di leggende sulle vite dei santi dei primi secoli. In queste due fonti, si narra di una giovane di nome Lucia nata alla fine del III sec. d.C., appartenente ad una nobile famiglia cristiana di Siracusa. Dopo aver aiutato sua madre Eutychia a guarire con l’intercessione di Sant’Agata, durante un pellegrinaggio al sepolcro della santa catanese, Lucia decise di consacrarsi a Cristo, di votarsi alla verginità e di donare il suo patrimonio ai poveri, di servire ed aiutare gli infermi, i bisognosi e le vedove della città. A causa degli editti di Diocleziano volti a perseguitare i cristiani, Lucia venne denunciata al prefetto dal suo pretendente rifiutato, e in seguito sottoposta a tortura. Accusata inoltre di praticare stregoneria, Lucia fu cosparsa di olio, posta su legna e torturata col fuoco, ma incredibilmente le fiamme non la toccarono; fu infine messa in ginocchio e decapitata, o secondo le fonti latine, le fu infisso un pugnale in gola (jugulatio), morendo da martire attorno al 304 d.C. a Siracusa. Lucia venne da subito venerata dopo la sua morte come santa dai siracusani, e le sue spoglie, tuttora custodite nel Santuario di Lucia a Venezia, divennero oggetto di profonda adorazione e di pellegrinaggio. Siracusa dunque divenne sede principale del suo culto e il popolo siracusano nominò la martire santa patrona della città 1.
Santa Lucia
La memoria della sua morte cade nel giorno del 13 dicembre, una data tradizionalmente legata al giorno in cui cadeva il solstizio d’inverno. Prima dell’introduzione del calendario gregoriano nel 1582, il 13 dicembre coincideva con il giorno del solstizio d’inverno (ora traslato al 21 dicembre), un momento sacro celebrato dai culti pagani prima dell’avvento del Cristianesimo, ma che è sopravvissuto nei riti e nelle cerimonie della tradizione popolare italiana 2. Il nome della santa evoca la sua simbologia: il nome Lucia deriva dal latino Lùcia, femminile di Lùcius, la cui radice è lux, lucis, ovvero “luce”, col significato di “luminosa” oppure “splendente”. L’elemento principale della festività è sia la Luce materiale, in connessione con il Sole e con il suo ciclo di rinascita, che quella spirituale, dove ognuno di noi viaggia alla riscoperta della propria luminosità interiore durante il periodo più buio dell’anno. A conferma della connessione con il periodo solstiziale, nacquero diversi proverbi popolari quali “Santa Lucia è il giorno più corto che ci sia” e “Da Santa Lucia a Natale il dì allunga un passo di cane”, dove la santa svolge la funzione di “messaggera della luce”, annunciando la fine delle tenebre invernali e il risveglio della luce solare. Questa qualità della santa è collegata anche ad un episodio leggendario descritto nelle fonti agiografiche del XV secolo, dove alla fanciulla vennero strappati gli occhi (o se li strappò da sola). A livello simbolico, Lucia è patrona della luce, degli oculisti e degli occhi, protettrice delle malattie della vista, dei ciechi e degli elettricisti 3.
Biglietto natalizio svedese con Santa Lucia
Il culto di Santa Lucia dunque è la manifestazione di antichi culti pagani autoctoni celebrati a Siracusa, e in special modo connessi con la divinità Artemide. Dea greca della luna, della natura selvaggia e della caccia, Artemide era particolarmente adorata a Siracusa e a lei, come a Santa Lucia, era sacra l’isola di Ortigia. L’Artemision, il tempio consacrato alla dea Artemide e posto sul punto più alto dell’isola, nacque dalla volontà dei Gamoroi, discendenti dei primi coloni greci di Corinto, di onorare la protettrice greca di Siracusa, ma secondo gli studiosi non fu mai portato a termine. La dea era invocata come protettrice dalle donne al momento del parto ed altresì era connessa ai momenti di profonda iniziazione e trasformazione individuale (nascita, morte, nozze, ingresso nell’età adulta) e al ciclo lunare 4. Nel Tempio di Artemide ad Efeso era presente una statua dove veniva raffigurata con centinaia di mammelle come una grande madre-natura, nutrice divina e dispensatrice di vita. Secondo alcuni studiosi, l’etimologia del nome Artemide deriva dalla radice persiana *arta, che significa “grandiosa, sacra, eccellente”, identificandola ancora di più come la Grande Madre di Efeso. Un suo epiteto, riferito da Omero, era quello di potnia theron, “Signora degli animali selvaggi”. Nei racconti mitologici greci, Zeus si invaghì della dea Latona, figlia del titano Ceo e della titanide Febe, e al momento della loro unione, il padre dei Dei trasformò Latona e se stesso in quaglie, al fine di celarsi alla vista di Era, moglie di Zeus. Ma la regina Era infine scoprì il tradimento del marito e punì Latona, incinta di due gemelli: mando il serpente Pitone a perseguitarla, impedendole di partorire in qualsiasi luogo dove avesse brillato il sole. Dopo un lungo viaggio alla ricerca di un luogo dove mettere alla luce i due gemelli, Latona arrivò sull’isola sterile di Ortigia. Qui mise alla luce Artemide che, appena nata, aiutò la madre a far nascere il suo fratello gemello Apollo nella città di Delo. Per questo motivo, Artemide è protettrice delle partorienti ed è chiamata in caso di difficoltà nel parto: la dea infatti aveva il potere di accelerare la nascita del bambino o, in caso di complicazioni, permettere che la partoriente se ne andasse via dolcemente 5.
Statua della dea Artemide di Efeso
Nei giorni 13 e 14 Dicembre vi è una particolare credenza popolare che dice “A Santa Lucia e Sant’Aniello nè forbice nè coltello”: in questi giorni, le donne incinte devono tenersi alla larga da oggetti taglienti perché, secondo il detto, il bimbo che portano in grembo potrebbe nascere mutilato di un arto. La tradizione popolare con questo proverbio collega i due santi al parto e al momento della nascita. Il 14 Dicembre nel calendario cattolico è il giorno dedicato a Sant’Aniello Abate o Sant’Agnello, un santo protettore delle partorienti e dei marinai molto venerato nella penisola sorrentina. A Napoli, come tradizione, le future mamme vanno in pellegrinaggio dal santo, pregandolo e chiedendo la grazia di un nascituro sano. Sant’Aniello infatti si sarebbe offeso se una donna incinta non fosse andata a fargli visita. Le future mamme in questo giorno non devono compiere alcuni gesti per evitare che i bimbi possano nascere con dei problemi, e i futuri papà preferiscono stare a casa con la moglie per controllare che non corra nessun ipotetico pericolo 6. Il nome del santo richiama difatti l’agnello, un animale simbolico che rappresenta l’innocenza, la purezza e la fragilità, esattamente come un bimbo appena nato o che sta per nascere.
Statua di Sant’Aniello Abate nel santuario di Rodio
Una divinità romana di origini etrusche il cui nome proviene dalla stessa radice del nome Lucia, fu Lucina, dea del parto e delle partorienti. La dea è “colei che porta i bambini verso la luce” ed è uno degli epiteti attribuiti a Giunone e a Diana, l’equivalente di Artemide per i Romani 7. Nella mitologia greca, Lucina corrisponderebbe ad Ilizia, personificazione dei dolori del parto ed invocata come protettrice delle partorienti. Il culto più antico a lei dedicato fu a Creta, dove fu venerata come dea della fertilità e Grande Madre. Inoltre, viene messa spesso in relazione con la dea Artemide, come una delle manifestazioni di Madre Terra 8.
Lastra marmorea funeraria romana con parto gemellare
Un’altra divinità greca assimilabile a Santa Lucia, e molto simile ad Artemide, è la dea Demetra, dea della Natura, dei raccolti e delle messi. Demetra è una delle tante manifestazioni della Grande Madre nel mondo ellenico, e il suo nome deriverebbe dalla radice indoeuropea Δη- (o Δā-), equivalente a Gaia, “Madre terra”. Viene ricordata come datrice di vita animale e vegetale, dea del grano, dell’agricoltura, artefice del ciclo delle stagioni, della vita e della morte, protettrice del raccolto e delle leggi sacre. Tra gli attributi sacri alla dea vi sono le spighe di grano, la fiaccola, il calato, cestello di spighe e frutta, e, nel culto eleusino, la cista mistica 9. Alcuni di essi, sono stati tramandati ed ereditati nella iconografia di Santa Lucia, come ad esempio la fiaccola / lampada, simbolo sacro usato dai Greci durante i riti notturni col chiaro significato di luce e di vita, e la perdita degli occhi. Si racconta infatti che Demetra, a causa della perdita di sua figlia Persefone, si tagliò i suoi biondi capelli, si strappò le vesti regali di dosso ed infine si tolse via i suoi bellissimi occhi per darli ad Ade, re degli Inferi, in modo tale che potesse finalmente vedere la sua sposa Persefone, rapita dallo stesso dio e sottratta alla madre. Nella sua disperazione, Demetra fece scendere sulla Terra il freddo, il gelo e il buio, dando origine all’autunno e all’inverno 10.
Il ritorno di Persefone – Frederic Leighton (1891)
In occasione della festa dedicata a Santa Lucia, ritroviamo altri attributi della dea Demetra nelle tradizioni gastronomiche siciliane. Da secoli nella tradizione siciliana viene preparato e consumato in questo giorno un dolce tipico a base di grano bollito e ricotta di pecora, o crema di latte bianca o al cioccolato. In questo giorno per Santa Lucia “si cuccìa” ( “cucciàri” derivato da “còcciu” cosa piccola, chicco) in tutta la Sicilia. A Caltanissetta, la cuccía viene consumata non dolce, ma come pietanza salata, preparata come una minestra di grano cotto, ceci lessati e condita con sale, pepe e olio extravergine d’oliva novello e servita calda. Il consumo di questo piatto a base di cereali, che secondo la leggenda è legata alla fine di una grave carestia a Palermo, grazie all’arrivo di una nave carica di grano nel 1646, in realtà è un retaggio di un antica pietanza chiamata kykeòn, a base di grano, che veniva consumato durante i riti e i misteri eleusini in onore alla dea Demetra 11. Quando poi i Romani ereditarono dalla Sicilia il culto di Demetra, chiamandola Cerere, le dedicarono una festa che si celebrava sempre il 13 dicembre col nome “Lectisternium Cereris et Telluris”. Questa festività era in onore non solo della dea Cerere, ma anche della dea Tellus, la “Madre Terra” nel pantheon romano. Durante la festa si allestiva un lectisternium, un banchetto che veniva offerto alle divinità 12.
Rilievo della dea Tellus, Ara Pacis, Roma
La sacra ricorrenza inoltre inaugurava i Saturnali, le feste in onore del dio Saturno, re della mitica età dell’oro. In quel tempo infatti, gli uomini vivevano felici, nell’abbondanza di tutte le cose e in perfetta eguaglianza fra loro, e durante i Saturnali si festeggiava con conviti e banchetti l’abbondanza dei doni della terra. Nella mitologia arcaica romana, Saturno era il dio della rigenerazione, dell’abbondanza, iniziatore degli uomini alle conoscenze agricole e alla civiltà. Uno degli appellativi del dio pare fosse Stercutus (anche Stercutius, Sterculius, Sterces) ovvero la divinità del concime, inteso anche come fertilità e ricchezza. Saturno viene infatti rappresentato con il capo coperto dal mantello invernale mentre impugna la falce, simbolo dell’arte agricola 13.
Saturno
La stessa Santa Lucia è portatrice di doni e di abbondanza nella notte tra il 12 e il 13 dicembre, viaggiando a cavallo di un asino per portare i regali ai bimbi. L’asino a livello simbolico è un animale saturnino, connesso alla materia, alla terra, alla morte, ma è anche simbolo di regalità e di saggezza. La sera prima del 13 dicembre, i bimbi lasciano dei doni alla santa (vere e proprie offerte) come arance, biscotti, caffè, mezzo bicchiere di vino rosso; anche il suo asino riceve dei doni come fieno, oppure farina gialla e sale. Attraverso la notte più lunga ed oscura dell’anno, la Dea Madre rigenera e riporta la Luce del Sole nuovo e bambino, affinché si possa generare benessere, ricchezza e abbondanza per tutto l’anno avvenire, nutrendo i semi delle piante primaverili nel suo grembo. A livello astrologico, la rappresentazione celeste della Grande Madre, e delle divinità femminili quali Demetra, Persefone, Artemide e Cerere (e Santa Lucia) si ritrova nella costellazione della Vergine (Virgo), dalla natura astrale femminile e associata alla fertilità e alla purezza. La stella più luminosa della costellazione della Vergine si chiama Spica, ovvero la “spiga”, la cui levata eliaca è connessa al periodo dei raccolti e della mietitura. La stella Spica testimonia maggiormente il legame della Vergine con la Grande Madre: i templi di Era a Olimpia, Argo e Girgenti, erano orientati verso questa stella così come quello di Nike Apteros ad Atene del 1130 a.C. e di Artemide Efesina del 715 a.C. 14 Il suo nome deriva dalla parola latina spica virginis, il cui significato è “spiga di grano della Vergine”, in riferimento alla pianta che la Vergine regge in mano. Ogni anno nel cielo, in occasione della vigilia del 24 Dicembre, la costellazione della “Grande Madre Celeste” sorge all’orizzonte e annuncia la rinascita del Sole bambino tre giorni dopo il solstizio d’inverno. In contrapposizione al declino del Sole, la Luna è nel suo punto più alto nel cielo, e il plenilunio nel mese di Dicembre esprime al massimo l’energia materna, un momento di rinascita e di risveglio. A conferma dell’importanza della “Luna piena della Notte più lunga”, il tempio di Persefone e Demetra ad Agrigento venne costruito rivolto al tramonto della Luna piena più vicina al solstizio d’inverno nel VI sec. a.C., volendo celebrare il ricongiungimento tra Demetra, ossia la Madre Terra, e la figlia Persefone, la luce nell’oscurità più profonda 15.
Costellazione della Vergine al solstizio d’inverno
In conclusione, durante la sacra notte del Solstizio d’inverno, Santa Lucia, l’erede cristiana di un culto ancestrale dedicato a Madre Terra e al solstizio d’inverno, ci guida nella nostra oscurità interiore attraverso una morte e rinascita simbolica, dove la sacra Luce rinasce e si rinnova ciclicamente attraverso un’eterna lotta sacra tra le forze cosmiche luminose e oscure.
1 Cattabiani, A. (2013). “Lucia di Siracusa”, Santi d’Italia. Milano: Rizzoli.
“Hestia, tu che curi la sacra casa del Signore Apollo, Colui che colpisce da lontano, nella divina Pito, con dolce olio che sempre gocciola dalle tue chiome, vieni ora in questa casa, vieni, Tu che hai una sola mente con Zeus sapientissimo, avvicinati e concedi grazia al mio canto.” (Inno omerico ad Estia)
Proseguendo nell’esplorazione simbolica ed esoterica del culto dei santi, il 4 Dicembre si festeggia Santa Barbara, la martire cristiana del fuoco. Nel cristianesimo popolare viene venerata per i suoi numerosi patronati: è protettrice dei pompieri, artificieri, marinai, artiglieri, genieri, minatori, architetti, muratori, campanari e ombrellai. Le leggende sulla vita della santa sono numerose e presentano molte differenze tra loro, mettendo in dubbio una sua reale esistenza storica: nel 1969 infatti, venne rimossa dal calendario romano generale. La leggenda più popolare narra che Barbara nacque nel 273 d.C. in una città chiamata all’epoca Nicodemia (l’attuale Azmit), un porto in Turchia, per poi trasferirsi attorno al 286 d.C. presso la villa rustica di Scandriglia, in provincia di Rieti. Suo padre, di nome Dioscuro o Dioscoro, di religione pagana e collaboratore dell’imperatore Massimiano Erculeo, fece rinchiudere la figlia in una torre per proteggerla dal mondo esterno e dai suo numerosi pretendenti (ma che ella rifiuta sistematicamente uno ad uno). Inoltre, per evitare che Barbara andasse alle terme pubbliche, il padre fece costruire delle terme private nella torre. Dopo aver visto i progetti di costruzione della torre, Barbara ordinò ai muratori di aggiungere una terza finestra, poiché inizialmente ve ne erano solo due, richiamando la Trinità cristiana. Poco prima di entrare nella torre, inoltre, la giovane si immerse tre volte in una piscina adiacente, battezzandosi da sola. Quando il padre scoprì la nuova fede della figlia, andò dal magistrato romano, di nome Martiniano o Marziano, per denunciarla. Barbara così venne condannata alla decapitazione, e venne deciso che la sentenza venisse eseguita dal padre Dioscuro dopo due giorni di feroci torture. Queste iniziarono con una flagellazione con verghe, che secondo la leggenda si tramutarono in piume di pavone (attributo della santa). I carnefici tentano di torturarla col fuoco, ma le fiamme accese ai suoi fianchi si spengono quasi subito; le vennero poi tagliati i seni, colpita la testa con un martello, e venne fatta sfilare nuda per le strade. Alla fine, suo padre la condusse in cima a una montagna e la decapitò. Sceso dalla montagna, Dioscuro venne incenerito da un fulmine o da un fuoco venuto dal cielo come punizione per l’omicidio della figlia 1.
Santa Barbara
Analizzando la leggenda e gli attributi conferiti alla santa, vi sono delle corrispondenze simboliche e analogiche con un’antica divinità romana, la Bona Dea. Letteralmente “la dea buona”, era un’antica divinità femminile ritenuta sorella, sposa o figlia di Fauno e chiamata a sua volta anche Fauna, Fanta o Oma. Era ritenuta dai romani la protettrice della fecondità e della prosperità, una Grande Madre laziale il cui nome non poteva essere pronunciato. A lei erano dedicate tutte le arti domestiche e il suo culto era celebrato esclusivamente dalle donne romane 2. La festa dedicata alla dea veniva celebrata nella notte tra il 3 e il 4 Dicembre, lo stesso giorno dedicato a Santa Barbara, e si svolgeva nella casa del console o del pretore: qui riceveva un sacrificio e una libagione dalla moglie del magistrato, dalle matrone e dalle Vestali. La celebrazione era diretta dalle Vestali e nessun uomo doveva essere presente durante la festa all’interno della casa prescelta, che veniva addobbata con tralci di vite e con altre piante e fiori, escluso il mirto. Il tempio della Bona Dea si trovava sotto l’Aventino e anche qui, in un Bosco sacro, le donne e le ragazze celebravano ogni anno i misteri della Bona Dea il primo di maggio, sacrificando una scrofa gravida.
Bona Dea
Secondo un episodio molto simile a quello di Santa Barbara riportato dallo scrittore romano Lattanzio, un giorno la Bona Dea trovò in casa una brocca di vino, la bevve e si ubriacò. Per aver disobbedito, suo marito Fauno la castigò a tal punto con verghe di mirto che ne morì; questo spiega l’esclusione del mirto dal suo tempio. Secondo un’altra versione, Fauna è figlia di Fauno e avrebbe resistito al vino e alle frustate con cui il padre voleva costringerla a unirsi con lui 3. Lo stesso supplizio lo subì appunto Santa Barbara, nel quale le verghe si trasformarono in piume di pavone. Il pavone è simbolo di morte, resurrezione e di vita eterna ed era una animale sacro allevato nei templi. Chi gli strappava una piuma commetteva un atto sacrilego e poteva essere punito con la morte. Il pavone inoltre è uno degli animali sacri a Giunone, la sposa di Giove, e i romani lo chiamavano “Uccello di Giunone” 4. Secondo alcuni autori, il culto della Bona Dea a Cartagine era simile a quello di Giunone, chiamata Iuno Caelestis, mentre a Roma veniva rappresentata con un scettro in mano proprio come Giunone. Per la religione antica romana, Giunone era la divinità femminile corrispondente all’aspetto divino maschile di Giove, e come tale viene rappresentata come dea dell’atmosfera e della pioggia, ma anche sotto l’aspetto di dea lunare, dea del calendario, della donna, della vita femminile e della fecondità e divinità del matrimonio 5. Nella vicenda della santa, il padre Dioscuro morì, dopo aver messo a morte sua figlia, a causa di un fulmine, espressione della potenza divina di Giove.
Giunone con a fianco il pavone (rione Trevi)
Anche il mirto è da sempre associato alla femminilità quale simbolo di fecondità, una pianta sacra a Venere e alla Grande Madre 6. Le sacerdotesse dell’antica Roma a cui era affidato il culto della Bona Dea erano le Vestali, dette virgines Vestales. Questo sacerdozio femminile risale a tempi remotissimi del nostro passato italico. Le Vestali infatti erano sacerdotesse vergini al servizio della dea Vesta, la dea del focolare pubblico e domestico. Il loro compito era quello di custodire il fuoco sacro della dea, acceso all’interno del tempio a lei dedicato, facendo sì che non si spegnesse mai. La dea Vesta è caratterizzata da una sostanziale duplicità: da una parte, infatti, essa è la dea che protegge la città e lo stato, e i pretori, i consoli e i dittatori, le offrono sacrifici prima di assumere la propria carica; ma nello stesso tempo essa s’identifica con il focolare domestico che arde al centro di ogni casa privata e intorno al quale si riunisce la famiglia per consumare il pasto. Essa è quindi la protettrice della vita domestica, che tiene uniti tra loro i membri della famiglia, al punto che ogni casa e ogni focolare all’interno di essa si può a buon diritto considerare un piccolo santuario della dea, che divide con i Penati e i Lari il ruolo di nume tutelare della famiglia. All’interno del tempio dedicato alla dea, non vi era una statua che la raffigurasse, ma solo il fuoco sacro tenuto sempre acceso. Se il fuoco si fosse spento accidentalmente, lo Stato romano lo avrebbe considerato un presagio molto funesto, quindi il principale compito delle Vestali era di vigilare che ciò non accadesse. La vestale colpevole di aver lasciato, per sua negligenza, estinguere il fuoco, era punita con la fustigazione, che veniva inflitta dal pontefice massimo in persona. Le sacerdotesse, sulle quali esercitava la massima autorità il Pontiƒex Maximus, erano quattro in origine, successivamente divennero sei, scelte tra le ragazze di età compresa fra i sei e i dieci anni. Il loro servizio durava trent’anni: nei primi dieci esse imparavano l’arte come novizie; nei dieci successivi svolgevano a tutti gli effetti il loro ruolo; negli ultimi dieci, infine, addestravano le novizie destinate a prendere il loro posto. Esse godevano di notevoli privilegi ed erano emancipate dall’autorità paterna, ma avevano altresì numerosi obblighi, tra i quali quello di preservare la verginità durante il loro servizio: la violazione della castità era punita con la sepoltura della colpevole da viva 7.
Incisione raffigurante le Vestali durante un’offerta al fuoco sacro (1800)
Si può notare una chiara similitudine con la figura di Santa Barbara, anch’essa vergine e martirizzata col fuoco all’età di trentatre anni, la stessa età in cui una Vestale finiva il proprio cammino iniziatico per rientrare nella vita privata e maritarsi. Inoltre, l’iconografia e gli abiti della santa sono molti simili all’abbigliamento di una Vestale e della Dea Vesta in persona. Osservando le statue di Vestali rinvenute fra le rovine dell’Atrium Vestae del Foro, si evince che le sacerdotesse avevano il capo adorno delle vittae e dell’infula sacerdotali e i capelli raccolti sotto i seni crines, una specie di parrucca da cerimonia, tipica delle matrone e vietata alle fanciulle e alle meretrici. La testa era spesso raccolta nel suffibulum, che non è altro che il velo usato ordinariamente nei riti sacrificali, ma che, secondo alcuni, ricorderebbe il rosso flammeum di cui si velavano le fidanzate nel dì delle nozze. La tunica era stretta alla vita col cosiddetto “nodo d’Ercole”, com’era d’uso nell’acconciatura delle spose novelle 8. Invece la Dea Vesta veniva solitamente rappresentata seduta sul trono fra libagioni e con un bastone in mano detto arbor felix, che veniva usato dalle Vestali per accendere il Fuoco Sacro 9. Il medesimo abbigliamento lo si ritrova nell’iconografia di Santa Barbara: i capelli raccolti in una capigliatura da matrona, da cui parte un nastro svolazzante, anch’esso a ricordare i nastri che le sacerdotesse portavano tra i capelli; la spilla che sorregge il mantello e una fibula stretta in vita.
A sinistra immagine di Santa Barbara, a destra una statua raffigurante una Vestale
Tra i rituali della tradizione contadina che vengono svolti durante il giorno di Santa Barbara, e in connessione con le antiche pratiche delle Vestali, vi è la preparazione di zuppe, dolci e focacce di grano. La sera del 4 dicembre, nelle chiese di Cefalonia si svolge la cerimonia di benedizione di una zuppa di grano alla quale vengono aggiunti uvetta, semi di melagrana, noci, mandorle, sesamo, cannella, garofano e noce moscata: un inno alla fertilità e all’abbondanza durante il mese invernale. E’ una zuppa dalla forte valenza propiziatoria, preparata in casa dalle vergini e dalle giovani nubili, come ex voto alla santa, affinché le aiuti a trovar marito. Nel Ponto (l’antico Ponto Eusino, granaio dell’Ellade), in omaggio a Santa Barbara si prepara una zuppa di farina di grano misto a farina di granturco insieme a fagioli chiamata ‘varvara’. Per il 4 dicembre, le massaie ‘pontiakì’ cuociono anche le cosiddette ‘melopites’, frittelle di farina e noci tritate, annegate nel biondo miele 10. Gli stessi rituali, volti a propiziare la Grande Madre e il matrimonio, venivano celebrati dalle Vestali con l’offerta della mola salsa, una focaccia sacra composta da farina di farro, acqua e sale. La preparazione della mola salsa era estremamente delicata e in quanto tale affidata alle Vestali, che raccoglievano personalmente le spighe di farro per accertarsi che si trattasse di primizie. Un particolare uso del farro era poi collegato ai rituali del matrimonio. Veniva chiamato confarreatio il matrimonio più solenne, per il quale non era ammesso il divorzio, e che comprendeva nel rituale l’offerta di una torta di farro a Giove Capitolino, che veniva compiuta dagli sposi alla presenza del Flamen Dialis, il sacerdote di Roma preposto al culto di Giove Capitolino. Il farro è simbolicamente associato a Giove ed è stato il cereale più usato nell’alimentazione degli antichi romani fino al V sec. a.C. 11 Santa Barbara dunque, esattamente come la dea Vesta e la Grande Madre, viene associata alla fertilità, all’abbondanza e alle unioni coniugali.
Cerimonia matrimoniale romana
In antica Grecia, la divinità corrispondente a Vesta era la dea Estia, dea del focolare sia nelle case private che nei luoghi pubblici. Il nome Estia in greco antico ῾Εστία significa “focolare, camino, altare”. Una tra le prime forme del tempio fu il focolare; i primi templi di Dreros e Prinias a Creta sono di questo tipo, così come il tempio di Apollo a Delfi che ha sempre avuto la sua hestia interna. La grande sala micenea (megaron), come la sala di Ulisse ad Itaca descritta da Omero, aveva un focolare centrale. La dea era oggetto di grande venerazione presso i Greci, non soltanto perché è la più mite, la più onesta e la più caritatevole delle dee dell’Olimpo, ma anche perché inventò l’arte di costruire le case. Secondo la tradizione, Estia era la figlia primogenita dei titanidi Rea e Crono, e fu perciò la prima a venir inghiottita da suo padre Crono. Da Zeus ottenne la verginità eterna, dopo aver rifiutato Apollo e Poseidone come pretendenti. Essendo il focolare considerato il centro della vita domestica, Estia era considerata la dea protettrice della casa e della vita familiare, e si riteneva che risiedesse nella parte interna e più intima di ogni abitazione. Solitamente, la responsabilità per il culto domestico di Estia ricadeva sulla matriarca della famiglia, e raramente su un uomo 12. Il nome e le funzioni di Estia mostrano l’importanza del focolare nella vita sociale, religiosa e politica dell’antica Grecia. Ad Estia le venivano offerte anche le prime e le ultime libagioni di vino durante le feste e le veniva sempre fatta una piccola offerta prima di ogni sacrificio (“Hestia viene prima”) 13.
Hestia Giustiniani
Il focolare dunque era essenziale per il calore, la preparazione del cibo e il completamento delle offerte sacrificali alle divinità. Esso è il depositario della lunga ontogenesi della famiglia, è il luogo attorno a cui si raduna la gens e la rende diretta discendente del cielo, è il luogo ove si prepara il sostentamento materiale dell’uomo. Il focolare era il primo elemento costruttivo a cui si poneva mano nell’erigere la casa, attorno a cui sorgeva il resto del fabbricato, costituito di argilla o di mattoni crudi o cotti. Nato come semplice fiamma centrale nelle abitazioni primitive durante il Neolitico, circondato di terra o sassi, il focolare veniva associato alla presenza degli spiriti protettori della casa e della comunità. Nelle società matriarcali dell’antica Europa, la donna aveva un ruolo fondamentale, non solo come capo e guida spirituale della comunità, ma soprattutto come sacra custode del focolare tramite il quale la Grande Dea, attraverso antichissimi riti, rivelava il suo volere e le indicazioni per la vita dell’intera comunità. Alcuni di questi riti vivono ancora oggi, come ad esempio l’offerta propiziatoria nel focolare di un ceppo di legno di quercia, chiamato “capodono”, durante la sera della vigilia natalizia.
Il tradizionale ceppo natalizio
In conclusione, si è visto come Santa Barbara e le divinità dei culti pagani precedenti, come la dea romana Vesta e la dea greca Estia, rappresentino l’archetipo femminile della sacra custode del focolare, erede di una tradizione millenaria proveniente dalle radici ancestrali.
1 Cattabiani, A. (2013). “Barbara”, Santi d’Italia. Milano: Rizzoli.
2 Ferrari, A. (2015). Dizionario di mitologia greca e latina. Torino: UTET, p. 117.
4 Cattabiani, A. (2001). Volario: simboli, miti e misteri degli esseri alati: uccelli, insetti, creature fantastiche, Il pavone di Era e il pavone di Cristo. Milano: Mondadori.
13 Burkert, W. (2019). La religione greca di epoca arcaica e classica. Milano: Jaca book, p. 332.
Sant’Andrea, la porta d’Inverno
di Hasan Andrea Abou Saida
Il culto di Sant’Andrea Apostolo è tra uno dei più sentiti e maggiormente diffusi in Europa. La festa è celebrata il 30 Novembre nelle Chiese d’Oriente e d’Occidente ed in Scozia è festa nazionale. Andrea fu il primo apostolo di Gesù Cristo, ed è venerato come santo dalla Chiesa cattolica e da quella ortodossa. E’ il santo protettore dei pescatori e dei marinai. Il nome Andrea è di origine greca (da ανδρεία, andreía, che significa “virilità, valore, coraggio”), e si è constatato che la sua presenza fu molto rara tra i nomi giudeo-palestinesi all’epoca di Gesù Cristo. Secondo la tradizione e la sua agiografia ufficiale, Andrea nacque a Betsaida sulle rive del Lago omonimo in Galilea, e fu fratello di Simon Pietro. Assieme al fratello, era pescatore di professione, e la tradizione vuole che Gesù stesso invitò Andrea a diventare suo discepolo, e ad essere per lui un “pescatore di uomini” o “di anime” (in greco ἁλιείς ἀνθρώπων, halieís anthrópon). Andrea infatti il primo a riconoscere Gesù come il Messia, dopo aver partecipato al suo battesimo da parte di Giovanni Battista sulle rive del Giordano. Nel Vangelo di Giovanni, si dice che Andrea fu egli stesso un discepolo di Giovanni Battista. Come apostolo di Cristo, Andrea vide con i suoi occhi la moltiplicazione dei pani e dei pesci, e insieme con Pietro, Giacomo e Giovanni ascoltò dalla bocca del Cristo la predizione della fine del mondo. Subito dopo la crocifissione di Gesù, secondo la testimonianza dello storico Eusebio di Cesarea, Andrea partì e predicò la nuova fede nella Scizia (la regione tra il Danubio e il Don), nel Ponto Eusino, in Cappadocia, Galazia e Bitinia.
Sant’Andrea, mosaico in San Vitale, Ravenna
Secondo una tradizione che risale al XII secolo, Andrea viaggiò anche sul Volga e sul Dnepr 1. Il ricercatore storico George Alexandrou ha scritto che Sant’Andrea passò 20 anni nei territori dei Daco-Romani, dove visse in una caverna nei pressi del villaggio di Ion Corvin, nella attuale Romania. Passò poi in Acaia, la regione settentrionale del Peloponneso, dove venne consacrato vescovo di Patrasso. Fu proprio in quella città che, il 30 novembre attorno al 60 d.C., subì il martirio sulla croce 2. Nei primi testi apocrifi cristiani, come ad esempio negli Atti di Andrea, si narra che Andrea non venne inchiodato, ma legato su una croce latina. Solo attorno al X secolo, per poi divenire comune nel XVII secolo, appare l’iconografia tipica del santo crocifisso su una croce detta Croce decussata (a forma di X) e comunemente conosciuta con il nome di “Croce di Sant’Andrea”.
Fratelli Limbourg, Il Martirio di sant’Andrea (1485)
Andrea è divenuto perciò santo patrono in molti luoghi, come in Scozia, Russia, Prussia, Romania, Ucraina, Grecia, Corsica e in molte città italiane 3. Il 30 Novembre, giorno della celebrazione di Sant’Andrea, a Gesualdo (Avellino) è tradizione accendere un falò (vampàleria, in dialetto) seguendo un rito che ogni anno si rinnova. Questa tradizione nacque agli inizi dell’Ottocento, quando venne abbattuto un grande albero di tiglio, posto in quella che adesso è Piazza Umberto I, per ricavare il legno necessario alla realizzazione di una statua da dedicare a Sant’Andrea. Con il legno avanzato, i fedeli composero poi una pila che venne data alle fiamme come ulteriore segno di venerazione, ma anche e, soprattutto, come espressione dell’aggregazione e dell’unità delle genti contro le avversità 4. A Viterbo, ma in generale nel capoluogo della Tuscia, vi è un’usanza particolare: alla festa del santo, sempre il 30 Novembre, ci si scambiano in regalo dei pesci di cioccolato o di pasta di mandorle. La sera della vigilia, i bimbi mettono sul davanzale della finestra un piatto vuoto che, durante la notte, sant’Andrea riempie di piccoli doni insieme con l’immancabile pesce di cioccolato. Il pesce di Sant’Andrea ha la stessa funzione dell’uovo di Pasqua: il cioccolato fuso viene sagomato in appositi stampi di forma ittica e al suo interno viene collocata una sorpresa. Questa usanza era particolarmente viva nell’antico quartiere di Pianoscarano, la cui chiesa parrocchiale è intitolata proprio a Sant’Andrea. Un tempo, il parroco era solito collocare i pesci di cioccolato nell’acquasantiera nella notte di Sant’Andrea. Sempre nel viterbese, nella città di Canino, di cui il santo è patrono, il pomeriggio del 29 novembre si svolge la tradizionale “scampanata” per allontanare gli spiriti maligni 5.
I pesci di cioccolato nel viterbese
In Corsica l’antica festa del santo, chiamata “Sant’Andria” in lingua corsa, simboleggia la fine dell’autunno e del raccolto agricolo, un momento dove le persone mettono da parte vestiti e cibo in preparazione dell’inverno. L’usanza corsa è quella di travestirsi e di fare il giro del villaggio bussando alle porte chiedendo cibo e vestiti, recitando questa preghiera: “Apriti! apriti! À Sant’Andria, chì vene da longa via, hà i pedi cunghjilati è hà bisognu di ricaldassi, d’un bon bichjeru di vinu” (Aprite! Aprite! A Sant’Andrea chi fa molta strada ha i piedi congelati e ha bisogno di riscaldarsi, di un buon bicchiere di vino). Detto questo, il padrone di casa apre la porta per donare alla gente quello che vuole: un tempo venivano regalati “fichi e noci”, ora anche biscotti, cioccolatini, mandarini e anche soldi. Chi è stato generoso viene ringraziato, mentre chi non ha dato nulla viene maledetto, esattamente come durante la notte del 31 Ottobre, “La festa dei morti” 6. Ad Amalfi, dove il santo è patrono, la festa di sant’Andrea ricorre più volte all’anno. La prima è il 28 gennaio, festa della reliquia; la seconda la domenica di Pasqua e il lunedì di Pasquetta; la terza il 7 e l’8 maggio, traslazione delle reliquie (detta “Sant’Andrea a’quaglia“). Le più particolari sono quella del 26 e 27 giugno, miracolo di Sant’Andrea e quella del 29 e 30 novembre, festa patronale. Il 27 giugno è l’anniversario del miracolo del santo che salvò la città di Amalfi dall’invasione del pirata Kair-Ad-Din detto Barbarossa nel 1544. In questo giorno, la possente statua del santo, detta dagli amalfitani “o’ viecchio” (il vecchio), è portata in processione per le strade della città da uomini vestiti di bianco, appartenenti a congregazioni religiose. Arrivati sulla spiaggia, i pescatori prendono la statua del santo e la riportano di corsa verso il Duomo. Giunti in Duomo, i pescatori in segno di ringraziamento lasciano a Sant’Andrea offerte di pesce fresco o piccoli pesci in ferro o in legno. Alla sera, i fuochi d’artificio illuminano il cielo: la festa pagana, nascosta sotto l’apparato religioso, finalmente esplode 7. A Presicce, in provincia di Lecce, si festeggia il santo con l’accensione di falò lungo le strade e le piazze principali, sulla cui fiamma vengono arrostite le cosiddette ‘triglie di Sant’Andrea’ 8.
La statua di Sant’Andrea in processione ad Amalfi
Nel nord della Spagna e nei paesi baschi, regioni di grandi tradizioni marinare, il santo pescatore, oltre ad essere il santo patrono, è ricordato con fiere e sagre che vedono come protagonista il re della cucina basca, il baccalà, insieme ad altri piatti a base di pesce in onore di Sant’Andrea 9. Gli attributi specifici dell’apostolo Andrea infatti sono un pesce o due pesci, infilati in un amo che il santo regge in mano o posati ai suoi piedi, insieme alla rete da pesca. Il culto del santo, confermato dalle narrazioni agiografiche e dalla maggior parte del luoghi di venerazione, è legato alle isole, alle coste sul mare, alle acque e agli esseri acquatici. Le stesse caratteristiche del santo si ritrovano in un culto ben più antico e di origine precristiana, quello del dio greco Poseidone. Il santo è infatti il successore cristiano del dio greco dei mari, un culto antichissimo tramandato nella nuova fede cristiana. Ad esempio, Sant’Andrea e Poseidone vengono raffigurati entrambi insieme ad un pesce o ad un delfino. Poseidone lo si vede spesso rappresentato alla guida del suo carro trainato da cavallucci marini, circondato da pesci, delfini e altre creature marine. Padrone del mare, si dice che potesse scatenare maremoti e terremoti martellando il fondo marino con il suo tridente. Il tridente era l’arma usata dai pescatori di tonno, uno degli animali sacri al dio.
Poseidone sul suo carro con due ippocampi alla guida
Poseidone, esattamente come Sant’Andrea, era venerato come divinità principale in molte città costiere e nelle isole, proteggendo gli abitanti dalle calamità e dai pericoli del mare. In antichità, i pescatori e i marinai rivolgevano preghiere e riti a Poseidone affinché concedesse loro un viaggio sicuro ed una buona pesca. Molte chiese dedicate a Sant’Andrea sono sorte sopra ad un precedente tempio consacrato al dio Poseidone. Nella città di Patrasso infatti, secondo gli studi dell’antropologo svizzero Johann Jakob Bachofen, la Chiesa di Sant’Andrea Apostolo (Agios Andreas) sorgerebbe su un antico tempio pagano dedicato al dio Poseidone 10. Le celebrazioni in onore di Poseidone nel mondo greco si tenevano all’inizio della stagione invernale. Secondo gli abitanti dell’Attica, il mese del Solstizio Invernale era chiamato Ποσιδηϊὼν, “Poseideon”, legato alle feste in onore del dio Poseidone che si svolgevano ad Atene 11. Anche a Roma, il dio veniva celebrato con il nome latino Neptunus, ovvero Nettuno. Neptunus era per gli antichi romani il dio delle acque dolci, dei pozzi e dell’irrigazione. La festa in onore del dio Nettuno era il 1 Dicembre, il cosiddetto Kalendis Decembribus, confermando lo stesso periodo e giorno della festa dedicata a Sant’Andrea 12.
Frine alle feste in onore di Poseidone a Eleusi, Henryk Siemiradzki (1889)
Il culto di Poseidone però appare di origine molto più antica, risalendo all’età micenea. Secondo la testimonianza di alcune tavolette d’argilla in scrittura Lineare B del periodo minoico, nella città di Pilo il dio era considerato il più importante tra tutti gli dei. Originariamente, Poseidone era il dio dei terremoti (con l’epiteto Ennosigeo, Ἐννοσίγαιον, ovvero “Scuotitore della terra”) e delle acque (da cui il suo epiteto di Υαιήοχος, Gaiéokos, “Possessore della terra” inteso come marito della Terra, ovvero l’acqua che la feconda). Solo in epoche successive divenne anche il dio dei mari, attestando l’origine continentale del popolo ellenico insediatosi in Grecia solo attorno al XV – XIII secolo a.C. Alcuni studiosi ritengono che originariamente Poseidone fosse un dio – cavallo, un animale totemico dalla natura ctonia e infera. Sono frequenti infatti le connessi tra Poseidone e il cavallo, un simbolo animale dalle radici ancestrali. Il suo culto era peraltro spesso legato al sacrificio equino da parte dei marinai. Questo aspetto ctonio e infernale di Poseidone è rimasto nei culti greci dell’età classica, ma soprattutto nella simbologia degli animali a lui sacri 13. Alcune leggende narrano che i delfini, animali sacri al dio, erano incaricati di trasportare le anime delle persone morte lasciando i corpi nella parte terrestre: si credeva infatti che questi animali fossero responsabili del trasporto delle anime. Quale re delle acque, il delfino era reputato salvatore e psicopompo: salvava i naufraghi, ma anche guidava le anime nell’oltretomba. I Cretesi, che adoravano i delfini come divinità, immaginavano che le anime dei morti si ritrovassero ai confini del mondo, nelle isole dei Beati, e che i delfini li trasportassero sul proprio dorso nell’oltretomba 14. Anche il cavallo nella mitologia indoeuropea ha una funzione psicagoga e psicopompa: guida le anime e le accompagna alla loro nuova dimora 15. L’ippocampo, creatura dalla duplice natura metà cavallo e metà pesce, trainava il carro di Poseidone e faceva parte della sua corte. In alcune tradizioni mediterranee e del Ponto Eusino, l’attuale Mar Nero, l’ippocampo veniva considerato il nocchiero del battello dei morti verso l’aldilà. In un’antica moneta scoperta a Biblos, l’ippocampo viene rappresentato nella sua funzione psicompa, mentre trasporta sulle proprie ali, al di sopra dei flutti, una barca dove si vedono delle forme imprecise e il cui timone non è retto da nessuno. In una pietra preziosa che decorava un anello romano, ritrovato negli scavi nel comune francese di Rom (Deux Sèvres), l’ippocampo trasporta sul mare un bambino alato, forse simbolo dell’anima 16. La pianta sacra a Poseidone è il pino, un albero connesso ai riti funebri e al regno dei morti, ma è anche un simbolo di immortalità e salvezza 17.
Questa simbologia è ben espressa nelle leggende legate al culto di Sant’Andrea in Galizia. Nel cuore della Sierra de la Capelada, in particolare nel comune di Cedeira, vi è un piccolo villaggio a picco sul mare chiamato San Andrés de Teixido, meta di un pellegrinaggio molto antico. Come il famoso pellegrinaggio di Santiago de Compostela, i pellegrini arrivano da più sentieri e luoghi per raggiungere il santuario dedicato al santo, considerato “Meca de los Gallegos”, la Mecca dei galiziani. Il più noto e forse il più importante detto popolare legato al santuario dice che “A san Andrés de Teixido, vais de morto o que non foi de vivo” (A San Andres de Tarxido ci andrai da morto se non sei andato da vivo). Il toponimo galiziano teixido significa “luogo con abbondanza di alberi di tasso”. Il tasso a livello simbolico è legato alla morte e all’immortalità. Qui Sant’Andrea svolge la funzione di accompagnare le anime dei morti, trasportate dai parenti ancora in vita sull’isola sacra.
La chiesa a San Andrés de Teixido
Benché la Cappella di San Andrés fu costruita solo attorno al XII secolo, si ritiene che il pellegrinaggio a Teixido sia molto più antico, risalente all’età del Ferro, durante la cultura castrista 18. Il culto precedente all’arrivo del cristianesimo era dedicato al dio galiziano Berobreo, il Signore del mare, dell’aldilà e della morte. Dalla vetta del Monta Facho, il suo grande santuario, veglia sulle isole galiziane, punti di sosta per le anime in viaggio. Berobreo infatti tiene le chiavi dei labirinti che aprono le porte tra i mondi. Alla fine del Cammino di Sant’Andrea, specchio in terra della Via Lattea celeste, il dio trasporta le anime fino alla sua residenza nelle profondità delle acque dell’Oceano. Questo importantissimo culto, meta di uno dei più grandi centri di pellegrinaggio nell’antichità, venne poi assorbito dal suo successore cristiano, Sant’Andrea 19.
Pietre votive al dio Berobreo sul Monte Facho
Il santo dunque, dalla natura psicopompa connessa alle acque cosmiche, simboleggia il passaggio tra l’autunno passato e l’inverno che dovrà arrivare. La notte tra il 29 e il 30 Novembre è considerata una notte magica, uno spazio senza tempo tra il mondo materiale e spirituale dove chiedere agli spiriti e agli antenati uno sguardo al futuro attraverso riti divinatori 20. A livello astrologico, la stella connessa a Sant’Andrea, e ancor prima alle antiche divinità marine, era Fomalhaut. Situata nella costellazione del Pesce australe, tra il 4000 e il 2000 a.C, era considerata dagli antichi una stella regale e guardiana del Solstizio d’Inverno. E’ la stella più luminosa tra le stelle del Sud, uno dei quattro punti fissi del percorso del Sole dell’epoca. Secondo alcuni astrologi, la stella ha una natura gioviana-saturnina, portatrice dell’influsso astrologico della costellazione dove risiede. La costellazione del Pesce Australe era considerata da Eratostene come il Grande Pesce Celeste, dove da Fomalhaut, dall’arabo Fom al-ḥūt che significa “bocca del pesce”, è raffigurato nell’atto di bere l’acqua che scorre dalla brocca di Aquario 21.
Costellazione del Pesce Australe
Dunque, l’influsso astrale proveniente dalla stella Fomalhaut, massima espressione della costellazione del Pesce australe, si manifestò a livello terrestre in varie espressioni della natura, quali il pesce e il delfino: questi animali totemici vennero successivamente antropomorfizzati dagli abitanti dei territori marittimi in divinità come Poseidone, Nettuno e Berobreo. Infine, con l’arrivo del cristianesimo, Sant’Andrea divenne il discendente delle precedenti divinità delle acque, della morte e dell’aldilà, espressione divina e nascosta della costellazione dei Pesci.
1 Cattabiani, A. (2013). “Andrea Apostolo”, Santi d’Italia. Milano: Rizzoli.
2 Alexandrou, G. The astonishing missionary journeys of the Apostle Andrew. Orthodox Christianity, https://orthochristian.com/43455.html (ultima visita 28/11/2020).
21 Cattabiani, A. (1998). Planetario: simboli, miti e misteri di astri, pianeti e costellazioni. Milano: CDE, pp. 238 – 242.
San Colombano e la simbologia della colomba
di Hasan Andrea Abou Saida
San Colombano di Bobbio è riconosciuto come uno dei maestri del monachesimo occidentale. Fondò numerosi monasteri e chiese in tutta Europa, contribuendo alla diffusione, in particolar modo, del monachesimo irlandese. Secondo i racconti, Colombano nacque in un villaggio del Leinster attorno al 534 d.C. In una leggenda, quando la madre lo aveva appena concepito, vide una notte uscire improvvisamente dal ventre un sole scintillante. Chiesti lumi a chi aveva l’autorità di interpretare un segno soprannaturale, seppe che “aveva in seno un uomo di grandi qualità che avrebbe compiuto cose utili per la sua salvezza e opportune per il bene del prossimo”. Il giovane Colombano venne istruito da un maestro fili (dal *widlu-, “vedere”), appartenente ad una classe di poeti e saggi con le funzioni di maghi, legislatori, giudici, consiglieri dell’autorità e poeti. Da questo maestro, Colombano venne iniziato all’arte della scrittura, lettura, mnemonica, alle sette arti liberali e alle Sacre Scritture. La Chiesa celtica d’Irlanda infatti andò ad integrare gli insegnamenti e molti usi della classe dei fili. All’età di quindici anni, Colombano lasciò la sua casa per diventare monaco: si trasferì nel monastero di Cleenish Island sull’isola di Cleenishmeen Island dei laghi Lough Erne, e in seguito si spostò nell’abbazia di Bangor nell’Irlanda del Nord. Dopo molti anni di studi, preghiere e lavoro, Colombano decise di intraprendere la vita missionaria e di lasciare l’Irlanda. Secondo la tradizione monastica irlandese, iniziò proprio da Bangor il pellegrinaggio del santo volto ad evangelizzare e a fondare nuovi nuclei religiosi cristiani in Europa. All’età di cinquant’anni, partì con dodici compagni alla volta della Francia, dove fondò numerosi monasteri tra i quali quelli di Annegray, Fontaine e Luxeuil, e in seguito quello di Bobbio in Italia nel 614 d.C 1.
San Colombano di Bobbio
Poco prima della partenza di San Colombano con i suoi dodici compagni, morì un altro santo missionario, Columba di Iona, il quale introdusse il cristianesimo in gran parte della Scozia. Columba di Iona, è una tra le più importanti figure monastiche irlandesi ed è venerato come uno dei santi patroni d’Irlanda, insieme a san Patrizio e santa Brigida d’Irlanda. Stando alle cronache, Colum Cille nacque in Irlanda da Fedhlimidh e Eithne del clan Uí Néill di Gartan. Di stipe regale, poiché pronipote di Niall Noigíallach (“Niall dei Nove Ostaggi”), un re irlandese del V secolo, ricevette un’educazione molto simile a quella di San Colombano. Si recò a nel Leinster presso la scuola di un anziano bardo, il mastro Gemman, dove imparò l’arte della musica, a comporre versi, la grammatica, la storia e la letteratura irlandese. Conclusi gli studi dal bardo, Columba entrò nel monastero di Clonard, governato a quel tempo da san Finnian, noto per la sua santità e la sua conoscenza. Qui apprese le tradizioni della chiesa gallese, poiché Finnian aveva studiato presso le scuole di San David del Galles. La sua attività missionaria cominciò nel 563 d.C. con la fondazione di un monastero nell’isola di Iona, al largo della costa occidentale della Scozia, uno tra i più importanti centri religiosi dell’Europa Occidentale. Anche qui Columba vi giunse con dodici compagni, esattamente come fece più tardi anche San Colombano 2. Come si nota, i due santi portano in sé il simbolo della colomba, sia nel loro nome ma anche nelle loro imprese: Colombano, in gaelico Colum Bán, significa «colomba bianca», mentre Columba di Iona, dal gaelico irlandese Colum Cille, significa “colomba della Chiesa”. Nella tradizione cristiana, la colomba rappresenta la purezza ed appare come un messaggero celeste, il soffio dello Spirito Santo. La diffusione del cristianesimo ad opera dei due santi fu un messaggio cosmico di rinnovamento spirituale, un annuncio di cambiamento attraverso lo spirito della colomba.
San Columba di Iona
Grazie alle doti eccellenti dei monaci miniatori, venne veicolato il simbolismo naturale dell’arte celtica, e gran parte della tradizione celtica fu celata sotto il simbolismo della nuova religione cristiana. La tonaca bianca e un particolare tipo di tonsura dei monaci, detta di San Giovanni o di Simon Mago, furono entrambi un lascito dell’antichi costumi dei Druidi (il termine irlandese Mael si usa per indicare una persona calva ma anche un saggio). La tonsura di san Giovanni, detta anche “tonsura celtica” fu adottata in Irlanda, Britannia, Asturie e Galizia e in generale da tutti i monaci cristiani presenti o originari dei paesi celtici, e fu una espressione caratteristica del Cristianesimo celtico in Europa, ma venne condannata dal Concilio di Toledo del 633 d.C 3. La Chiesa celtica infatti, fortemente caratterizzata dalle antiche tradizioni e miti autoctoni irlandesi, ebbe una propria autonomia e proprie radici, talvolta divergenti dalla Chiesa Romana. Nonostante queste divergenze però, la Chiesa celtica non fu mai un’eresia e non vi fu uno scisma, poiché il Cristianesimo celtico o Druidismo Cristiano fu piuttosto un tipo di organizzazione che la nuova religione prese nei paesi a forte presenza celtica 4.
Tonsura celtica, Bohemia (III sec. a.C.)
Molte delle simbologie presenti nel cristianesimo, come appunto la colomba, hanno radici molto più antiche, provenienti dai culti celtici, e ancor prima da quelli preistorici stellari. La colomba, spesso assimilata al corvo, veniva associata alla guarigione e ai poteri oracolari. Nel santuario di Dodona in Grecia ad esempio, originariamente dedicato alla Dea Madre, e poi condiviso tra le divinità Zeus e Dione (forma femminile di Zeus), le sacerdotesse venivano chiamate peleiades (“colombe”) e l’oracolo interpretava il volo delle colombe e interrogava la quercia sacra di Zeus per avere i responsi e per comunicare con l’Altromondo 5. Secondo un’antica leggenda, il luogo di fondazione della città di Pavia, anticamente chiamata Ticinum, fu scelto su indicazione divina di una colomba. La storia narra che degli anziani druidi, appartenenti ad una tribù nomade celtica insediatasi in quel territorio, decisero di affidarsi agli dei per compiere il rito di fondazione dell’insediamento, e per farlo scelsero la figlia del capo, una giovane vergine. La giovane celtica, dopo essersi purificata con un bagno lustrale, col capo cinto di fronde di quercia, intrecciate con virgulti di salice, ligustri, giunchiglie ed erbe sacre, prese tra le mani una candida colomba e, dopo averla “offerta” ai quattro lati dell’orizzonte, levò alto sul capo il volatile e, unendo la propria invocazione a quelle di tutta la tribù, aprì le mani lasciandolo volare. La colomba si diresse ad oriente e il suo magico volo fu seguito, con grande trepidazione, dalla tribù che la vide fermarsi su un ramo di una gigantesca quercia dove costruì il suo nido. In quel punto, costruirono il loro villaggio, dove i Romani avrebbero fondato più avanti la città di Ticinum 6.
L’oracolo di Dodona – Jean Delville
La colomba dunque in origine è un simbolo femminile, legato alla divinazione, ai riti primaverili, alla fertilità e alla rinascita. Nella mitologia celtica irlandese, la colomba è uno degli animali sacri alla dea Brighid, la Grande Dea per eccellenza, associata alla primavera e alla fertilità. Brighid è la dea del fuoco, del sole, della luna, della figliazione degli animali, dell’arte dei fabbri, della fertilità e della nascita, della famiglia, del focolare, della filatura e della tessitura, della musica e della poesia, della guerra, della medicina e della divinazione 7. In una leggenda, si racconta che santa Brigida d’Irlanda (la cristianizzazione della dea celtica Brighid e, secondo la leggenda, anch’essa istruita in gioventù dai Druidi), vide un giorno una colomba bianca che la condusse in un luogo desertico, dove assistette come levatrice alla nascita del bambin Gesù. In quel luogo erano presenti delle mucche che, arse dalla sete, non potevano produrre latte per allattare il bimbo appena nato. Brigida cantò loro le “poesie del paradiso” e il latte cominciò a scorrere copiosamente per il Santo Bambino 8. Per questi attributi, la santa viene associata alla dea celtica Brighid e agli animali totemici a lei associati, ovvero la mucca e la colomba, entrambi legati all’Altromondo celtico.
Santa Brigida d’Irlanda
Nel ciclo annuale celtico, la festa dedicata alla fertilità, alla rinascita e all’inizio della Primavera – Estate viene chiamata Beltane e viene celebrata tradizionalmente il 1° Maggio. La parola Beltane o Beltine, che significa letteralmente ”fuoco di Bel” (ancora oggi è utilizzata per designare il mese di maggio nell’irlandese moderno) è legata al dio Belenos, il supremo dio della luce e del fuoco sacro, e a sua moglie, la dea Belisama, dea del Fuoco e delle Acque, che non a caso è uno degli epiteti della dea irlandese Brighid. Nel giorno di Beltane, si celebravano i riti di fecondità della terra, nei quali la Dea Madre si univa al Dio Solare, affinché venissero generati i frutti della Terra 9. Questo giorno segnava l’inizio della bella stagione e della seconda metà dell’anno celtico, quella luminosa, durante il quale sorgeva un gruppo di stelle molto importanti per i Celti, le Pleiadi. Chiamate anticamente “le Sette Sorelle”, sono le stelle più luminose della costellazione del Toro e segnavano l’inizio del nuovo anno agricolo e della stagione dell’accoppiamento degli animali. Secondo una leggenda greca, prima di diventare stelle, le Pleiadi erano in origine le sette ninfe compagne di Artemide. Un giorno incontrarono il cacciatore Orione e divennero la sua preda. Per proteggerle e sfuggire all’inseguimento del cacciatore, Zeus le tramutò in colombe e le liberò nel cielo. Il nome della costellazione infatti deriva dal greco péleiades, che significa appunto “colombe” 10.
Le Pleiadi di Elihu Vedder (1885)
Tra tutte le Pleiadi, la più bella era Maia, figlia di Atlante e di Pleione o Sterope. Maia era una ninfa dei boschi che viveva sul monte Cillene in Arcadia e fu amante di Zeus, con il quale diede alla luce il dio Ermes. Originariamente, la ninfa fu una grande divinità femminile, adorata in tempi arcaici 11. Anche a Roma era venerata la dea Maia, un’antica divinità della fecondità e del risveglio della Natura. A lei era dedicato il primo giorno del mese di Maggio e il mese stesso (dal latino Maius che significa “Maggio”) 12. Di fatto il nome Maia (dal greco Μαῖα) significa «madre», «nutrice», e a volte «nonna», portando con sé i più alti aspetti del femminile sacro 13. Secondo lo studioso polacco Andrzej Niemojewski, la stella Maia rappresenterebbe nella tradizione cristiana la Vergine Maria (variante del nome Maia – Maja). Nel cristianesimo primitivo, la madre di Gesù era una colomba, il simbolo animale della Vergine Maria. Il mese di Maggio infatti è tradizionalmente dedicato ai culti mariani 14. In conclusione la colomba, fin dall’antichità più remota, è stato un simbolo del femminile sacro connesso all’influsso delle Pleiadi, tramandato nei secoli attraverso le sue manifestazioni divine, e ancora oggi presente nei culti cristiani, incarnata nei santi che portano il suo nome.
Le stelle Pleiadi nella costellazione del Toro
1 Cattabiani, A. (2013). “Colombano di Bobbio”, Santi d’Italia. Milano: Rizzoli.
Sant’Omobono, oltre ad essere il patrono e simbolo di Cremona, è il santo protettore dei mercanti, lavoratori tessili e sarti. Secondo la sua agiografia, Omobono Tucenghi fu un sarto e ricco mercante di stoffe vissuto tra il 1150 e il 1197. Intorno ai cinquant’anni decise di dedicarsi interamente alle opere di carità abbandonando le sue imprese, e per questo venne ostacolato dalla moglie e dai figli. In tutta la sua vita si dedicò ad opere di bene e distribuì grandi elemosine: secondo la leggenda infatti il suo borsello era sempre pieno di monete e non si svuotava mai ad opera della Provvidenza divina. Per queste doti, divenne un cittadino molto popolare ed amato, leggendario nella sua levatura morale e nella sua bontà d’animo. Fu il primo laico non nobile ad essere canonizzato nel Medioevo, e venne proclamato santo appena due anni dopo la sua morte dal papa Innocenzo III nel 1199. Uno tra i miracoli più famosi attribuiti al santo è quello di aver arrestato, facendo segni della croce con il suo bastone, una terribile piena del Po che aveva già invaso gran parte di Cremona e che minacciava di travolgere tutta la città 1.
Sant’Ombono
Il culto di sant’Omobono però, nella sua essenza simbolica, ha radici molte più antiche, assumendo in sé il ruolo di “totem” cittadino, simbolo caratterizzante l’anima di Cremona. Questo particolare archetipo cittadino lo si ritrova espresso nel culto dell’eroe Ercole, il fondatore leggendario della città di Cremona. Le caratteristiche ed essenza del totem di una città, infatti, vengono tramandate nella tradizione popolare sotto forma di storie, miti, leggende e anche fiabe. Secondo il mito, il semidio Ercole, di ritorno dall’Iberia, dopo aver recuperato i Pomi delle Esperidi, si fermò a riposare sulle rive del fiume Po. In quei tempi, la zona era infestata da ladroni dalla statura gigantesca che saccheggiavano i piccoli villaggi nei dintorni. Saputo che da quelle parti si trovava il famoso eroe, gli abitanti più anziani si recarono da lui e gli chiesero di aiutarli a liberarsi dai quei briganti. Ercole non si fece pregare molto e decise di affrontare i briganti da solo. In brevissimo tempo li sconfisse e li uccise, liberando finalmente il territorio da quel terribile male, ma prima di andarsene decise che quelle popolazioni avessero bisogno di un luogo sicuro dove proteggersi, in caso fossero sopraggiunti nuovi briganti. Quindi fondò una città fortificata e gli diede il nome della madre Alcmena, che col tempo si trasformò in Cremona 2. Uno degli appellativi della città di Cremona è infatti “Erculea”, richiamando il nostro eroe.
Ercole che sconfigge i ladroni, Antonio Campi (1418)
E’ convinzione comune tra gli studiosi che la religiosità del popolo, un “cristianesimo popolare”, abbia continuato ad essere influenzato dalle credenze pagane precedenti, e che abbia di fatto ritrovato inconsciamente diverse analogie tra la figura di Omobono Tucenghi ed Ercole: entrambi sono due eroi e salvatori della città. Inoltre, Ercole ha la funzione di protettore del commercio e dei mercanti esattamente come Sant’Omobono. Infine, entrambe le figure vengono raffigurate con connotati e simbologie solari, come ad esempio i pomi d’oro delle Esperidi per Ercole e la borsa piena d’oro per Sant’Omobono. Vi è una statua presente presso il Torrazzo di fianco al Duomo di Cremona che rappresenterebbe l’eroe Ercole, con un aspetto non proprio corrispondente alla sua iconografia classica, ma medievale. Secondo la testimonianza dello storico cremonese Antonio Campi, la statua fu scoperta nel 1417 e posta sulla facciata del Duomo, tra le sculture di un leone e di un toro, animali presenti in due episodi delle dodici fatiche dell’eroe 3.
Statua di Ercole ai piedi del Torrazzo
Attraverso una comparazione dei culti di Sant’Omobono presenti in Italia e delle indagini archeologiche nelle chiese a lui dedicate, si può confermare l’eredità del culto dall’eroe al santo. Nell’area sacra di Sant’Omobono di Roma, scoperta nel 1937 nei pressi della chiesa di Sant’Omobono, hanno ritrovato i resti di due statue in terracotta appartenenti al precedentemente tempio arcaico etrusco del VI a.C. Una statua raffigura il dio Ercole, con pelle leonina legata sul busto, mentre l’altra rappresenta una figura femminile con elmo dotato di paraguance e cimiero alto, forse Minerva, o Bellona o la Fortuna armata 4.
Statue di Minerva ed Ercole, Area sacra di Sant’Omobono a Roma
Inoltre, la presenza di un culto di Ercole nel tempio etrusco è confermata dal ritrovamento di una tessera hospitalis in avorio a forma di leoncino (animale simbolico di Ercole), intagliata solo da un lato, con sopra un’iscrizione in etrusco: “Araz Silqetenas Spurianas”, un tributo dedicato alla divinità del santuario 5.
Tessera hospitalis, Roma (VII/VI sec. a.C.)
Un altro eroe guerriero presente a Cremona con gli stessi attributi guerrieri solari è senza dubbio Giovanni Baldesio, detto Zanen de la Bala, vissuto tra il 1052 e il 1128. L’eroe cremonese, la cui leggenda è ben radicata nella città, è venerato per aver liberato la città di Cremona dal dominio del Sacro Romano Impero. Si narra che Cremona ai quei tempi doveva pagare ogni anno all’imperatore una tassa consistente in una palla d’oro di cinque chili. Per liberare la città da questo tributo, i cremonesi delegarono Zanén de la Bàla a sfidare in combattimento Enrico IV di Franconia, figlio di Enrico III, e in caso di vittoria la città non avrebbe più pagato il tributo. L’eroe cremonese vinse, e la sua storia viene ricordata ancora oggi con lo stemma di Cremona dove compare un braccio con la palla d’oro e la scritta fortitudo mea in brachio, ovvero «la mia forza sta nel braccio» 6.
Stemma di Cremona
Questo culto degli eroi e delle divinità ha la sua venerano i propri totem (animali, vegetali, etc.), veri e propri spiriti protettori. Le qualità del totem primario di ciascuna città possono essere rintracciate nelle divinità ed negli eroi arcaici più importanti a livello locale. Per Cremona, il totem primario è il leone, animale solare simbolo di sovranità, potere, coraggio e forza. In epoca romana, i templi dedicati ad Ercole a Cremona erano addirittura tre e le epigrafi dedicatorie presenti nel territorio erano molto numerose, a conferma dell’importanza del culto a livello locale. L’eroe Ercole infatti viene sempre raffigurato con la pelle del leone Nemea come mantello, un attributo totemico dei sovrani e degli eroi, e dal quale trae la forza divina trasformandosi in leone. Le stesse qualità totemiche le ritroviamo nel corrispettivo celtico di Ercole, ovvero il dio Ogmios. Il dio viene raffigurato come un vecchio con fronte calva, canuto, con pelle rugosa, arsa e nera ma con tutti gli attributi dell’eroe greco/romano, quali il leontè, la faretra, la clava nella mano destra e l’arco nella mano sinistra 7.
Ogmios, Museo Granet, Acqui in Provenza
Secondo una leggenda cremonese, a conferma dell’importanza di questo totem, un leone sarebbe stato sepolto nelle fondamenta del Torrazzo. Un’altra storia riportata dal notaio cremonese Domenico Bordigallo nella sua Chronica seu historia del 1527, racconta che Cremona rimase disabitata per molto tempo, dopo che il re longobardo Agilulfo la distrusse. Un giorno, vicino alle rovine della città si accampò con il suo esercito un principe gallico, al quale dopo poco si avvicinò zoppicando un leone che gli mostrò la zampa sanguinante a causa di una spina. Il principe, per nulla spaventato, curò la zampa del leone che subito dopo sparì, per poi tornare con un capriolo in dono. Il mattino dopo il principe ripartì, e il leone lo seguì nel suo cammino fino a Roma. Dopo vari viaggi ed imprese, però, il leone venne a mancare. Il principe quindi decise di tornare a Cremona per riedificarla e come prima cosa pose le ossa del leone nelle fondamenta del Torrazzo. A ricordo di questo gesto, in cima al Torrazzo venne posto un leone di metallo con la zampa alzata, in memoria del leone che sollevò verso il principe la sua zampa ferita. Sempre secondo le cronache di Domenico Bordigallo, dal metallo della statua, dopo qualche secolo, fu fabbricata una grande campana 8.
Il principe e il leone
Gli studi di vari autori della tradizione astrologica geografica (ovvero quel ramo dell’astrologia che si occupa di individuare i collegamenti tra i luoghi della Terra e i segni astrologici sulla base del loro grado di affinità energetica) confermano ulteriormente il legame tra Cremona e il leone, in quanto il segno natale di Cremona è appunto quello del Leone 9.
Costellazione del Leone
In conclusione, si può affermare come gli influssi astrali derivanti dalla costellazione del Leone si siano riflessi maggiormente sul territorio cremonese, creando una profonda connessione spirituale con funzione zodiacale del Leone, manifestando così le qualità e caratteristiche leonine nei culti divini in tutte le epoche.
1 Cattabiani, A. (2013). Santi d’Italia. Milano: Rizzoli, p. 750.
2 Campi, A. (1585). Cremona fedelissima città, et nobilissima colonia de Romani,…. Cremona: Hippolito Tromba & Hercoliano Bartoli, p. 1.
La festa dei morti e i suoi riti: dalla tradizione celtica a quella contadina cremonese
di Hasan Andrea Abou Saida
L’origine delle festività e dei riti del mondo contadino cremonese si può ricercare negli usi e costumi degli antichi popoli presenti in questo luogo migliaia di anni fa. Molto prima della conquista e creazione della colonia romana nel 218 a.C., nel territorio dove ora sorge Cremona vivevano i Celti, una popolazione indoeuropea proveniente dall’Asia minore e giunta in Europa attorno al 3500 a.C. I Celti erano composti da molte tribù, e alcuni di loro detti Insubri si stanziarono nella Valle del Po tra il V e il IV sec. a.C. Ma prima ancora dei Celti, questa zona era abitata da un’altra popolazione, i Liguri, i veri nativi italici. Della presenza ligure in Padania rimane molto poco, soprattutto sono i lacerti linguistici. Il suffisso ‘ona’ infatti ci da una conferma della effettivo insediamento dei Liguri nel cremonese. Di solito i suffissi sono quelli che terminano in ‘asco’, Livrasco, Porcellasco, Marasco. Non è difficile pensare infatti che questi due popoli si siano scambiati conoscenze dando alla luce una tradizione comune di riti e celebrazioni. La spiritualità dei nostri avi, sia Celti che Liguri, era basata sui cicli della Natura, sull’alternarsi delle stagioni e sui movimenti ed influenze celesti. L’uomo antico viveva in stretta simbiosi con Madre Natura da cui dipendeva, e dalla quale inconsapevolmente dipende ancora oggi. In questo articolo, si cercherà di riscoprire le antiche radici celtiche delle tradizioni cremonesi, al fine di capire meglio i profondi significati di certe festività e ritualità tuttora ancora presenti nella nostra vita e società.
L’antico calendario gallico di Coligny (II sec. d.C.)
Festa dei morti e dei santi – 31 Ottobre / 1 – 2 Novembre
Secondo i Celti, l’anno era suddiviso in due parti uguali e iniziava il 1° Novembre con la festa di Samhain o Samonios (come veniva chiamata dai Celti Insubri), la metà «oscura» dell’anno; Samhain raggiungeva il suo culmine al 1° Maggio con la festa di Beltane o Cetsamltain, l’inizio della metà «chiara». I Celti, attraverso questi due particolari momenti dell’anno, celebravano il sorgere e il calare delle Pleiadi, un gruppo di stelle della costellazione del Toro molto importanti per tantissimi popoli, indicando così i due punti fondamentali nella ruota dell’anno. Samonios, ovvero il “Tempo della Fine dell’Estate”, segnava la fine dell’anno vecchio e l’inizio di quello nuovo: simbolo di morte e di rinascita, era considerata una porta aperta tra due dimensioni, quella terrena e quella spirituale. In questo tempo, si conclude la stagione del verde e inizia quella del seme. E’ tempo di raccogliere gli ultimi frutti, il tempo dell’ultimo raccolto, per sostenerci durante tutto l’inverno. Con l’avvicinarsi dei primi freddi invernali, a Samonios le mandrie e le greggi venivano riunite e si macellavano tutti gli animali, tranne quelli destinati a riprodursi la stagione seguente. Questi giorni erano segnati da un gran consumo di alimenti che soddisfaceva tutti per l’ultima volta prima delle ristrettezze dell’inverno, e che prevedeva perciò il consumo dei cibi in eccesso che non potevano essere conservati. Il culmine di questa festività avveniva durate la vigilia del 31 Ottobre, nella quale si entrava nella metà oscura dell’anno e le porte dell’Altromondo si aprivano per mettere in comunicazione il mondo spirituale con quello terreno 1. Le feste celtiche iniziavano sempre una settimana prima del giorno indicato e proseguivano per un’altra settimana, per un periodo totale di 15 giorni. I festeggiamenti di Samhain terminavano 1’11 novembre, giorno che per la tradizione cristiana coincide con l’estate di san Martino. Durante questo periodo, spiriti degli antenati tornavano a camminare tra i vivi, dando la possibilità ad entrambi i mondi di scambiarsi messaggi e di festeggiare insieme. Samhain è il punto di congiunzione tra due anni (il vecchio e il nuovo) e tra due mondi (il visibile e l’invisibile), senza appartenere né a quello precedente né a quello seguente, un giorno fuori dal tempo e dallo spazio. Per questo motivo, Samonios era il momento più adatto per praticare riti divinatori che riguardavano la previsione del tempo, matrimoni e la fortuna per l’anno venturo. Inoltre, era il tempo anche di importanti riunioni, battaglie e sacrifici rituali. Durante la notte, tutti i focolari di ogni villaggio venivano spenti, per poi essere riaccesi con un Nuovo Fuoco il mattino seguente 2.
Il giorno dei morti di Bouguereau, 1859
Nei paesi di lingua inglese la vigilia di Samhain, il 31 ottobre, ha così preso il nome All Hallows’ Eve (Vigilia di Ognissanti), più popolarmente conosciuta come la notte di Halloween, durante la quale le persone vanno in giro mascherate da mostri, streghe e folletti. Il mascheramento moderno tuttavia riprende l’antica pratica del travestimento iniziatico rituale utilizzata dagli antichi sciamani europei per mettersi in comunicazione con la realtà spirituale, i propri antenati, spiriti benigni e divinità, e nel contempo proteggersi contro gli spiriti maligni. Tutto questo lo si ritrova, modificato nei nomi e adattato alla simbologia cristiana, nelle tradizioni popolari cremonesi. Durante il mattino del 1° Novembre nel XIX secolo ad esempio, le ragazze in età da marito traevano dai cassetti fiori di campo, raccolti in estate e fatti seccare, e con essi creavano una treccia che poi buttavano alle spalle; secondo la forma che la treccia assumeva, cercavano di leggervi una lettera dell’alfabeto, l’iniziale dell’uomo che dovevano sposare 3. La festa di Samhain inoltre, per i nostri avi celtici, si trasformava in un grande banchetto a cui partecipava sia i vivi che i defunti, ricco di carne di maiale, vino, birra e idromele.
I Santi del Nuovo Testamento, Beato Angelico (1395-1455)
In modo analogo, in alcune zone del cremonese le tavole non venivano sparecchiate, affinché anche i morti potessero rifocillarsi. Una variante di questo rito era quella di preparare tanti posti in tavola quanti erano stati i defunti negli ultimi tempi. Alla mattina del 2 Novembre, il padrone della casa si alzava prima del solito e faceva alzare tutti i familiari per rifare con particolare cura i letti, badando bene a sprimacciare i guanciali, in modo tale che i morti, stanchi per il lungo cammino, potessero dormire bene nel loro letto. Per lo stesso motivo, in altre case il 2 novembre i letti non venivano affatto rifatti, così i defunti potessero trovarsi più a loro agio a contatto col tepore dei propri familiari 4. Un’altra usanza del XIX secolo era quella di passare la notte del 1° Novembre davanti ai cancelli del Camposanto in attesa dell’apertura. Infatti entrare per primi nel cimitero il 2 Novembre era considerato di buon auspicio, poiché tutte le anime dei defunti ne sarebbero state riconoscenti. Alcuni cimiteri, come quello di Soresina, erano dotati di panchine per rendere più comoda la notte. La veglia era ravvivata da falò, bottiglie di vino e caldarroste, un vero e proprio banchetto. Aperto il cimitero, si andava alle tombe dei propri cari per accendere un cero e depositare i campi di fiori. I ceri accesi il 2 Novembre avevano poteri magici e i resti del cero estinto venivano raccolti e portati a casa e rifusi, formando delle piccole candele, con la funzione di amuleti protettivi in caso di grandi calamità in famiglia. Usciti dal cimitero, la prima preoccupazione era quella di recarsi in una osteria per bere vino e mangiare i tipici fagiolini dell’occhio con le cotiche, il piatto tipico del giorno dei morti (tramandato dalle usanze celtiche di mangiare maiale e vino). Altri piatti tipici del 2 Novembre erano la zuppa di ceci o di fave, cibo rituale dei defunti. A livello simbolico, il fagiolo, come tutti i legumi e specialmente le fave, sono legati al caos e alle forze infere (Saturno – Luna). Nelle campagne le mamme raccomandavano ai bimbi di non attardarsi nei campi di fagioli, perché poteva apparir loro il demonio. Il fagiolino dell’occhio era l’unica specie di fagiolo presente nell’alimentazione degli Etruschi e degli altri popoli italici, a confermare la sua antichità. Per questo motivo lo si mangiava nei giorni dei morti, un’azione magica di protezione (principio ermetico del “simile che cura il simile”), esattamente come i travestimenti rituali.
Fasulin de l’òc cun le cudeghe (Fagiolini dall’occhio con le cotenne)
Sempre per lo stesso motivo, si consumava il dolce caratteristico di questo periodo, gli ossi dei morti, dei biscotti a forma di osso duri come un osso, e le castagne arrosto. Un’altra tradizione cremonese era quella di consumare superalcolici dopo aver sentito la Prima Messa e prima di recarsi al cimitero: si andava in un’osteria e si prendere un bicchierino di grappa, un rito sottoposto anche ai bambini (agli spiriti piace lo “spirito”) 5.
Festa di San Martino – 11 Novembre
Con il giorno di San Martino, come abbiamo accennato, si concludeva il periodo di Samonios e la fine dell’anno agricolo. Oggi questa funzione è meno evidente di un tempo, quando nel XIX secolo a Cremona in questo giorno cominciava l’attività dei tribunali, delle scuole e dei Parlamenti, si tenevano le elezioni municipali, si pagavano fittanze, rendite e locazioni, venivano rinnovati i contratti agrari oppure si traslocava, tant’è vero che oggi ancora si dice «far San Martino» per traslocare. Le famiglie contadine avevano la possibilità in questo giorno di cambiare cascina, un nuovo lavoro, cercando una nuova casa, cosa non sempre facile. Firmati i nuovi contratti, le famiglie caricavano le proprie masserizie su un carro agricolo, partivano per una nuova destinazione, sapendo che da lì ad un anno, probabilmente, avrebbero dovuto traslocare.
Il sanmartino (Trasloco), Vincenzo Campi (1572 circa)
Era anche un giorno di festeggiamenti con fiere, fuochi e banchetti innaffiati dal vin novello perché «per San Martino ogni mosto è vino». Un’usanza cremonese antica di secoli era quella di spinare il nuovo vino per San Martino, mandandone un po’ ad amici e parenti, oppure invitandoli per il primo assaggio. Era una vera e propria cerimonia condotta dal brentatore che portava la classica scusalèta azzurra con grandi tasche davanti: faceva zampillare un po’ di vino nella sua scodella di legno, degustando un piccolo sorso, e confermando la bontà del vino al padrone 6. Similmente ai grandi banchetti dei Celti che concludevano il periodo di Samonios, nel cremonese era usanza banchettare allegramente per festeggiare San Martino. Soprattutto nel Nord Italia, oltre ai prodotti stagionali come il vino e le caldarroste, il giorno di San Martino si consumavano piatti a base di maiale ed oca. In questo periodo, le oche selvatiche migravano (e lo fanno tuttora) da nord a sud, ed erano quindi facile preda dei cacciatori. L’oca è anche l’animale simbolico di san Martino e rivela, come vedremo, il rapporto strettissimo che collega la figura leggendaria del santo con la tradizione celtica. Il nome Martino deriva dal latino Martinus e significa “consacrato a Marte“. Martino di Tours nacque a Sabaria Sicca in un avamposto dell’impero romano alle frontiere con la Pannonia. Il padre, tribuno militare della legione, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. In quanto figlio di un veterano, anche Martino dovette arruolarsi, diventando circitor, con il compito di ispezionare i posti di guardia e sorvegliare le guarnigioni. Presso i romani, l’oca è uno tra gli animali sacralizzati sia alla dea Giunone che al dio Marte 7.
San Martino di Tours e l’oca
San Martino ha assunto, più delle altre festività precedenti, le funzioni del capodanno agricolo e celtico. Martino fu nel primo medioevo il santo più popolare dell’Occidente, soprattutto in Francia dove più di cinquecento borghi e cittadine portano il suo nome. Era il patrono della monarchia francese, ma anche della gente di chiesa, dei soldati, dei viaggiatori che appendevano un ferro di cavallo sul portale della chiesa a lui dedicata, degli osti e degli albergatori, dei vignaioli, dei vendemmiatori e di molte confraternite. San Martino rappresenta un santo soldato che cavalca un bianco destriero con una cappa (mantello) corta che combatte il diavolo e i mali del mondo. Una leggenda dice che San Martino cavalchi per i campi su un cavallo bianco, facendo cadere dal suo mantello la prima neve della stagione 8.
San Martino che taglia in due il suo mantello con la spada per donarne metà al povero.
In provincia di Bergamo è tradizione che nella notte tra il 10 e l’11 novembre San Martino porti i regali a tutti i bambini proprio come nel giorno di Santa Lucia. La figura del cavaliere San Martino richiama un culto celtico di un dio cavaliere che portava anch’esso una mantellina corta: il culto proveniva dalla Pannonia, terra celtica e patria di san Martino. Era un dio del mondo infero che trionfava sulla morte passando per un luogo di cento porte, Wigalois il cavaliere con la ruota. Ma Martino il santo-divino non poteva regnare sull’inferno cristiano, così è stato trasformato in un cavaliere che combatte il diavolo e cavalca un bianco destriero 9.
Wigalois che combatte contro il cavaliere nero, Manoscritto B (1372)
L’infernale creatura del dio cavaliere dei Celti sopravvisse in alcune parti dell’Irlanda meridionale fino al XIX secolo nella figura dell”hobby horse”, noto come Láir Bhán (cavallo bianco). Un uomo coperto da un lenzuolo bianco e con un teschio di cavallo decorato (che rappresenta il Láir Bhán ) guidava un gruppo di giovani di fattoria in fattoria, suonando le corna di vacca. In ogni fattoria, i giovani recitavano dei versi, alcuni dei quali “assaporavano fortemente il paganesimo”, e il contadino doveva donare del cibo. Se l’agricoltore avesse donato del cibo, avrebbe potuto aspettarsi una buona fortuna dal “Muck Olla”; non farlo invece porterebbe sfortuna 10.
Il Láir Bhán o “Muck Olla”
Inoltre, a San Martino in Italia si svolgeva la fiera più importante di animali dotati di corna, ossia mucche, buoi, tori, capre, montoni. Perciò la fantasia popolare ha ironicamente promosso san Martino patrono dei mariti traditi. La “caccia al becco” era un’usanza simile a quella del capro espiatorio. Secondo la mentalità dell’epoca il marito tradito si era macchiato di una colpa grave poiché l’adulterio della moglie era considerato un segno di debolezza dell’uomo, di incapacità a controllare la consorte; e perciò il “becco” doveva subire una scherzosa persecuzione rituale. E così il cerchio si chiude con la rievocazione della mascherate che si facevano a Samonios indossando le pelli e le corna degli animali uccisi per il sacrificio 11.
Mascheramento rituale sciamanico durante Samhain
1 Taraglio, R. (2005). Il vischio e la quercia : la spiritualità celtica nell’Europa druidica (Nuova). Torino: L’età dell’acquario, pagg. 365 – 367.